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Tutele riconosciute alle convivenze e alle unioni civili

Indice

Una regolamentazione necessaria

Una legge che regolamentasse unioni e convivenze tra coppie dello stesso sesso o di sessi diversi era attesa, in Italia, da molto tempo. La sua mancanza era indicata come uno dei segnali più evidenti di non modernità della nostra legislazione e di esistenza di un gap con gli ordinamenti europei più progrediti.

Nel processo che ha condotto alla nuova legge notevole importanza ha avuto la spinta riformista europea, già identificabile nella Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 4.11.1950, con particolare riferimento all’art. 8 di essa (Rispetto della vita privata e familiare), all’art. 12 (Diritto al matrimonio) ed all’art. 14 (Divieto di discriminazione), principi riconfermati e solennemente ribaditi nella Carta europea dei diritti fondamentali, pubblicata nella GUCE il 18.12.2000 e nella Risoluzione del Parlamento europeo sulla situazione dei diritti fondamentali nell’Unione europea N. 2002/2013. L’art. 77 di quest’ultimo documento recita: “… ribadisce la propria richiesta agli Stati membri di abolire qualsiasi forma di discriminazione – legislativa o de facto – di cui sono ancora vittime gli omosessuali, in particolare in materia di diritto al matrimonio e all’adozione di minori”.

Conformemente e conseguentemente rispetto ai richiamati principi, un’ulteriore spinta è intervenuta da parte della più recente giurisprudenza della Corte europea. In particolare devono essere ricordate la sentenza n. 210 del 7.11.2013, nel caso “Vallianatos ed altri” contro la Grecia e la sentenza del 21.7.2015 nel caso “O. ed altri” contro l’Italia. In quest’ultimo procedimento, i ricorrenti lamentavano che la legislazione italiana non permetteva loro di sposarsi o di contrarre alcun altro tipo di unione civile ed affermavano di essere pertanto discriminati in conseguenza del loro orientamento sessuale.

La Corte affermò che l’assenza di un quadro giuridico che permetta di riconoscere e tutelare le relazioni dei ricorrenti viola i diritti fondamentali di cui all’art. 8 della Convenzione, nonché sostenne che spetta allo Stato convenuto attuare, sotto il controllo del Comitato dei Ministri, le opportune misure generali e/o individuali per adempiere all’obbligo di garantire il diritto dei ricorrenti e delle altre persone che si trovino nella loro situazione al rispetto della loro vita privata e familiare.

La costituzione del vincolo

Mentre i matrimoni vengono “celebrati”, per le unioni la legge adopera la parola “costituzione”, indicando la loro natura prettamente contrattualistica.

Sia per il matrimonio che per le unioni, le parti devono comparire dinanzi all’ufficiale dello stato civile. Per i contraenti civili non è prevista la lettura di articoli del codice o della legge, né la specifica e tradizionale dichiarazione di volersi prendere come marito e moglie.

Come avviene per il matrimonio, alla stipula delle unioni devono essere presenti due testimoni. Per le unioni non sono previste le pubblicazioni.

Diritti e doveri

La legge stabilisce che l’ufficiale dello stato civile provveda (come avviene per il matrimonio) alla registrazione degli atti di unione nell’archivio dello stato civile. Il successivo comma 9 afferma che l’unione civile tra persone dello stesso sesso è certificata dal documento attestante la costituzione dell’unione, che deve contenere i dati anagrafici delle parti, l’indicazione del loro regime patrimoniale e della loro residenza, oltre ai dati anagrafici ed alla residenza dei testimoni.

Per le unioni, mancando la prole, la disciplina del cognome riguarda unicamente i due contraenti. La norma prevede che essi possano decidere o meno di assumere un cognome comune. Nel caso vogliano valersi di tale facoltà, non possono adottare un cognome di fantasia, ma solo scegliere uno dei loro. Anche in questo caso il loro cognome non sarà identico se il contraente che accetta il cognome dell’altro intenda utilizzare l’ulteriore possibilità di anteporre o posporre il proprio, così assumendo un doppio cognome. Poiché i ruoli dell’unione civile non sono distinti, non vi sarà la disuguaglianza ancora prevista, in ossequio alla tradizione, dall’art. 143-bis c.c. per effetto del quale la moglie aggiunge il cognome del marito e non viceversa.

Per effetto del comma 11 della nuova legge, con la costituzione dell’unione civile tra persone dello stesso sesso le parti acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri. La disposizione è, anche in questo caso, identica a quella matrimoniale. Si può dire che, per la già indicata mancanza di distinzione di ruoli e conseguente mancanza di retaggi di tradizionale superiorità maschile, nulla, nella disciplina vigente, la contraddica.

Dal matrimonio derivano gli obblighi di fedeltà, assistenza morale e materiale, collaborazione nell’interesse della famiglia e coabitazione. Dall’unione derivano i medesimi doveri di assistenza morale e materiale, nonché coabitazione. Sono escluse fedeltà e collaborazione nell’interesse della famiglia. Verosimilmente, il legislatore non ha voluto escludere la collaborazione tra i partner dell’unione civile, quanto, nell’ambito della dialettica determinatasi tra le diverse componenti che appoggiavano il disegno di legge, evitare di denominare espressamente “famiglia” l’unione civile. Ciò si desume anche dall’ultima parte del comma 11, applicabile alle unioni, ove si afferma che entrambe le parti sono tenute, ciascuna in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale e casalingo, a contribuire ai bisogni comuni, mentre, per il matrimonio la formula adoperata è: “Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia”.

Come per il matrimonio, nell’obbligo di assistenza morale rientrano i concetti di condivisione di vita, aiuto e solidarietà nella quotidianità. L’obbligo di assistenza materiale comprende il mantenimento ed un analogo dovere di solidarietà, riferito agli aspetti più concreti dell’esistenza, tra cui le esigenze che si determinano in situazioni di malattia o menomazione.

Le parti dell’unione civile (e anche qui la coincidenza con i doveri matrimoniali è evidente) devono concordare tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissare la residenza comune, di norma funzionale rispetto all’obbligo di coabitazione.

Il regime patrimoniale

Le differenze tra matrimonio ed unione sono più marcate sul piano personale, che non su quello patrimoniale. Ivi la disciplina è sostanzialmente comune, come risulta dal pedissequo richiamo delle norme applicabili. Pertanto, anche per le unioni civili il regime patrimoniale ordinario, che si acquisisce in caso di stipula di una differente convenzione, è quello della comunione dei beni, con tutte le disposizioni che lo caratterizzano.

I componenti delle unioni civili possono, come le coppie matrimoniali, adottare il (desueto) regime del fondo patrimoniale, vincolando beni immobili o mobili registrati per la soddisfazione dei bisogni comuni. Possono apportare, nelle forme previste, deroghe al sistema della comunione legale, rispettando i divieti di legge, nonché possono adottare il regime della separazione dei beni. Anche per essi vige il divieto di costituzione di beni in dote

Successioni ereditarie

La nuova Legge, non modificato dal maxiemendamento del febbraio 2016 e quindi rimasto in linea con lo spirito originario del testo licenziato in commissione, prevede la completa equiparazione, sotto il profilo successorio, tra matrimonio ed unioni civili. Non vengono dettate nuove norme, ma quelle vigenti per il matrimonio vengono meramente richiamate.

Alle unioni civili si applicano le norme sull’indegnità a succedere. Pertanto, risulterà escluso dalla successione, come indegno, chi abbia ucciso o tentato di uccidere la persona della cui successione si tratta o il suo partner civile.

Il partner civile è, come il coniuge, erede necessario ed a lui spettano i diritti che la legge riconosce ai legittimari, ivi compreso quanto previsto dall’art. 540 c.c., per effetto del quale al coniuge sono riservati il diritto di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare ed il diritto di uso dei mobili che la corredano.

In assenza di testamento, in contraente civile è erede legittimo del suo compagno ed ha diritto alle quote che la legge gli attribuisce, concorrendo con figli o altri parenti con le stesse modalità con le quali concorre con essi il coniuge.

Il contraente civile, che partecipi alla successione legittima del suo compagno, concorrendo con altri aventi diritto, è soggetto al rispetto della normativa sulla collazione. La posizione di coniuge e contraente civile è equiparata anche con riguardo alle norme sul patto di famiglia, disciplinato dagli artt. 768-bis ss. c.c., introdotti dalla l. 14.2.2006, n. 55.