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TFR e pensione di reversibilità (artt. 12-bis e 12-ter, L. 898/1970)

Indice

Diritto del coniuge all’indennità di fine rapporto

Fra gli effetti patrimoniali del divorzio si annovera il diritto del coniuge divorziato ad una parte dell’indennità di fine rapporto percepita dall’altro coniuge. Ai sensi dell’art. 12-bis, introdotto dalla l. n. 74/1987, il coniuge già titolare dell’assegno divorzile ha diritto all’attribuzione di una percentuale della indennità di fine rapporto percepita dall’altro coniuge. Anche la fattispecie in esame trova fondamento nel principio di solidarietà post-coniugale, nella duplice veste assistenziale e compensativa. Dal punto di vista assistenziale, il diritto all’indennità di fine rapporto presuppone la titolarità dell’assegno divorzile, mentre in prospettiva compensativa, il riconoscimento di tale diritto si pone in connessione con il contributo personale ed economico fornito dall’ex coniuge nella formazione del patrimonio familiare.

La nozione di indennità di fine rapporto comprende le attribuzioni economiche e le liquidazioni spettanti in dipendenza di rapporti di lavoro subordinato.

I presupposti per il riconoscimento del diritto all’indennità di fine rapporto sono il passaggio in giudicato della sentenza di divorzio e la titolarità in capo all’istante dell’assegno divorzile. La pretesa del coniuge divorziato a una quota dell’indennità di fine rapporto deve essere esclusa quando questa sia stata percepita prima della domanda di divorzio, trattandosi in tal caso di un provento conseguito in costanza di matrimonio. Il diritto all’indennità di fine rapporto va altresì escluso allorquando il coniuge richiedente abbia contratto nuovo matrimonio. A questo riguardo si precisa che la libertà di stato deve intendersi in senso civile, non assumendo rilevanza né il matrimonio celebrato solo con il rito religioso né la convivenza more uxorio, che non comportano il venir meno del diritto all’indennità, benché possano influire sulle condizioni economiche dei coniugi e, quindi, sulle attribuzioni patrimoniali spettanti a ciascuno di essi.

Con riguardo al passaggio in giudicato della sentenza di divorzio, in passato, era stata esclusa la possibilità di proporre la domanda di liquidazione dell’indennità nel corso del giudizio di divorzio. In tempi più recenti, la Corte di Cassazione ha invece ammesso tale facoltà, con la conseguenza che, se la domanda viene avanzata e ne ricorrono i presupposti, la quota spettante deve essere liquidata nella stessa sentenza di divorzio, benché essa sia concretamente esigibile a seguito del suo passaggio in giudicato. Ai fini del riconoscimento del diritto all’indennità di fine rapporto, il passaggio in giudicato della sentenza di divorzio è condizione necessaria ma non sufficiente, dovendo tale requisito coesistere con la titolarità, in capo al coniuge richiedente, dell’assegno di divorzio ai sensi dell’art. 5 l. div. Si ritiene, sul punto, che il diritto alla quota del TFR non sorga se l’assegno viene percepito in un’unica soluzione, in quanto, in seguito alla corresponsione una tantum, non può essere proposta alcuna successiva domanda a contenuto economico.

Quanto al termine di decorrenza, la giurisprudenza di legittimità – avallata dalla Corte Costituzionale – ha chiarito il significato dell’ultimo inciso di cui all’art. 12-bis (“anche se l’indennità viene a maturare dopo la sentenza”), e stabilito che il diritto alla quota sorge anche se l’indennità matura prima della sentenza di divorzio, e comunque in un momento in cui tale sentenza può produrre i suoi effetti retroattivamente (art. 4, c. 10, l. div.), ossia non prima dell’atto di presentazione della domanda introduttiva. È pacificamente escluso, dunque, il diritto dell’ex coniuge in relazione al trattamento acquisito prima della proposizione del ricorso.

Il diritto all’indennità di fine rapporto che spetta al titolare dell’assegno divorzile è commisurato nella misura del 40% dell’indennità maturata dall’altro coniuge negli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio. La durata del matrimonio, dunque, rappresenta un elemento essenziale e determinante per la quantificazione del dovuto e, secondo l’opinione maggioritaria, deve ricomprendere anche la fase, più o meno lunga, separazione personale dei coniugi. Diversamente, l’entità dell’assegno di divorzio non ha incidenza alcuna ai fini della liquidazione del diritto di cui si tratta.

Il diritto attribuito dall’art. 12-bis può essere esercitato esclusivamente nei confronti dell’ex coniuge lavoratore e non anche nei confronti dei terzi. A differenza di quanto stabilito in tema di mantenimento o assegno divorzile, la legge non prevede la facoltà dell’avente diritto di rivolgersi direttamente al datore di lavoro, in quanto il riconoscimento dell’indennità comporta un’indagine ulteriore circa la libertà di stato dell’istante che necessita dell’intervento del giudice. La Corte Costituzionale, diversamente, ha ammesso la legittimità di un’interpretazione estensiva dell’art. 12-bis, tale da consentire al divorziato di avanzare la propria richiesta direttamente al datore di lavoro dell’ex coniuge.

Diritto alla pensione di reversibilità

Il fondamento solidaristico delle attribuzioni postconiugali giustifica la conservazione di alcuni diritti previdenziali che la legge sancisce a favore del coniuge. In tale contesto si inserisce il diritto del coniuge divorziato alla pensione di reversibilità, il quale è di fonte legale e non iure successionis, nonché del tutto autonomo rispetto all’assegno di divorzio. L’estinzione del vincolo matrimoniale, pur facendo venire meno il diritto all’assistenza matrimoniale, lascia persistere una pretesa di solidarietà che giustifica la corresponsione di un aiuto economico e la sopravvivenza della tutela previdenziale già acquisita dall’altro coniuge.

La pensione di reversibilità è la pensione previdenziale che spetta al coniuge superstite o ad altri congiunti dopo la morte del dipendente pubblico o privato, ovvero di un soggetto coperto da assicurazione sociale. In via generale può sostenersi che la pensione previdenziale riguardi il trattamento previsto a favore dei superstiti in caso di morte del soggetto, anche se a carico del datore di lavoro.

Secondo i principi in materia di previdenza sociale, la morte del pensionato fa sorgere ope legis nuovi ed indipendenti rapporti previdenziali tra l’ente erogante ed i superstiti. L’art. 9, c. 2 e 3, l. 1.12.1970, n. 898, distingue l’ipotesi in cui l’ex coniuge titolare del diritto a pensione sia morto senza lasciare un coniuge superstite ed il caso in cui, invece, questo sussista. La norma individua il divorziato quale soggetto titolare, al ricorrere di determinati presupposti, di un diritto al trattamento pensionistico autonomo e concorrente con quello del coniuge superstite. L’autonomia di tale diritto, che nasce in via immediata nel momento della morte del pensionato, trova il suo fondamento nell’incidenza dell’apporto di ciascuno dei coniugi alla formazione del patrimonio familiare. Tale apporto patrimoniale, invero, non può essere vanificato dal successivo evolversi degli eventi relativi al rapporto matrimoniale (es. scioglimento del matrimonio).

Il diritto dell’ex coniuge alla pensione di reversibilità presuppone che il rapporto di lavoro sia iniziato in un momento antecedente al divorzio e che, al momento della morte, l’ex coniuge sia titolare del diritto all’assegno divorzile.

Qualora vi sia un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilità, la pensione viene parzialmente attribuita al coniuge divorziato, anche in considerazione della durata del suo rapporto matrimoniale. Precisamente, con riferimento ai canoni di ripartizione della pensione tra l’ex coniuge e quello superstite, in un primo momento si era ritenuto, alla luce del dato letterale della norma, che l’individuazione del quantum spettante a ciascuno dovesse effettuarsi sulla base della durata legale dei rispettivi periodi matrimoniali. L’orientamento più recente della Corte di Cassazione ha osservato, tuttavia, che il parametro della durata legale del matrimonio, pur se fondamentale, non costituirebbe il criterio esclusivo di valutazione ai fini del trattamento di reversibilità. Per ragioni di equità sostanziale si devono prendere in considerazione anche altri dati concernenti le condizioni economiche delle parti e la natura assistenziale e solidale dell’assegno divorzile, di cui la quota della pensione di reversibilità spettante al coniuge divorziato rappresenta la prosecuzione. In definitiva, in ragione del carattere solidaristico della pensione di reversibilità, e ai fini della ripartizione della pensione, la norma di cui all’art. 9, c. 3, l. 1.12.1970, n. 898, considera l’elemento valutativo della durata del matrimonio quale misura prescrittiva ma non esaustiva.

Nel suo apprezzamento, dunque, il giudice potrà valutare ulteriori elementi, fra i quali si annoverano l’ammontare dell’assegno goduto dal coniuge divorziato prima del decesso dell’ex coniuge e le condizioni economiche dei soggetti coinvolti nella vicenda matrimoniale.

Il riconoscimento della pensione di reversibilità è sottratto alla discrezionalità del giudice, posto che esso trova la sua fonte direttamente nella legge, e non risulta subordinato allo stato di bisogno del coniuge divorziato. La legge, tuttavia, condiziona il riconoscimento del diritto alla pensione di reversibilità alla titolarità dell’assegno di divorzio.

Resta da precisare, infine, che il coniuge divorziato risulta beneficiario in tutto o in parte della pensione di reversibilità per un diritto proprio, non potendo conseguire tali diritti a titolo di successione ereditaria. L’ex coniuge, dunque, vanta un credito direttamente nei confronti dell’ente previdenziale.