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Ricorso per ordini di protezione contro abusi familiari

Indice

Generalità

L’art. 342-bis del Codice Civile statuisce che, laddove la condotta del coniuge, o di altro convivente, possa determinare grave pregiudizio alla integrità fisica o morale dell’altro coniuge o convivente, il giudice può adottare gli ordini di protezione di cui all’art. 342-ter c.c., consistenti in misure protettive del familiare vittima degli abusi e delle violenze.

I presupposti di applicazione dell’istituto sono tre:

a) la necessità che i soggetti, rispettivamente l’autore della violenza o dell’abuso e la vittima, siano uniti tra di loro da un rapporto familiare, di coniugio o di convivenza;

b) la condotta illecita tenuta dall’autore dell’abuso o della violenza;

c) il grave pregiudizio che detta condotta determina nei confronti dell’integrità fisica, o morale, della vittima.

Quanto al primo presupposto, è necessario che i soggetti siano coniugati tra di loro, con matrimonio civile o religioso, siano parti di una unione civile o sussista tra di essi un rapporto stabile e duraturo di convivenza more uxorio o sussista comunque un legame di natura familiare diverso da quello di coniuge o convivente (comprendente dunque anche coloro che convivono, in maniera stabile e duratura, senza alcun vincolo formale).

Il rimedio non è, quindi, applicabile nei casi di violenza tra fidanzati o nel caso di convivenze tra amici o fondate su rapporti di mera ospitalità.

Con riguardo specifico al minore, integrano condotta rilevante anche gli abusi indiretti (c.d. violenza assistita), perpetrati sulla persona di stretti congiunti.

Gli ordini di protezione possono essere riconosciuti al verificarsi di eventi lesivi – quali percosse e/o violenze fisiche sul soggetto passivo o anche soltanto aggressioni verbali – capaci di alterare o ferire la dignità dell’individuo, di comprometterne la libertà di movimento o d’espressione, ripetuti e prolungati nel tempo, tali da essere fortemente offensivi ed impeditivi della prosecuzione della vita familiare.

La condotta illecita può ravvisarsi anche in presenza di un solo comportamento violento, quando le condizioni generali della famiglia e personali del responsabile siano tali da far prevedere la reiterazione dello stesso (per esempio, in caso di uso abituale di alcool o di droghe da parte dell’autore della condotta illecita): in tal caso l’inibitoria sarà modulata come ordine di non reiterare in futuro quel comportamento stesso.

Il contenuto degli ordini di protezione

Al ricorrere degli esaminati presupposti previsti dall’art. 342-bis c.c., il giudice, ha facoltà di disporre le misure di protezione indicate dall’art. 342-ter c.c., le quali sono costituite da:

a) l’ordine di cessazione della condotta pregiudizievole;

b) l’ordine di allontanamento dalla casa familiare;

c) il divieto di frequentazione di luoghi determinati, abitualmente frequentati dal soggetto vittima della condotta pregiudizievole;

d) l’ordine di intervento dei servizi sociali del territorio, o di un centro di mediazione familiare;

e) l’ordine di pagamento di un assegno a favore del familiare che, per effetto del provvedimento, rimanga privo di mezzi adeguati.

Si ritiene, tuttavia, che l’ordine di cessazione della condotta pregiudizievole costituisca il contenuto minimo del provvedimento; è possibile che il giudice accresca il contenuto del decreto con le ulteriori misure sopra elencate, ma, anzitutto, egli deve disporre la cessazione della condotta pregiudizievole.

Quanto all’ordine di allontanamento dalla casa familiare, questo sospende, per tutto il periodo della misura, il dovere di coabitazione che grava sui coniugi.

Il divieto di frequentazione dei luoghi abitualmente praticati dalla vittima dell’abuso familiare tende a far evitare a questa contatti indesiderati con l’autore della condotta pregiudizievole. Si tratta, comunemente, dei luoghi di lavoro della vittima, del domicilio della famiglia di origine o del luogo di istruzione dei figli.

Il giudice può anche disporre una misura di carattere patrimoniale, consistente nell’ordine, rivolto all’autore dell’abuso, di versare un assegno a favore delle persone conviventi che, per effetto del provvedimento di protezione familiare, rimangono prive di mezzi adeguati al loro sostentamento.

Durata e osservanza

L’ordine di protezione contro gli abusi familiari può essere disposto dal giudice per un periodo massimo di un anno, il cui termine decorre dell’avvenuta esecuzione, coatta o spontanea, dello stesso.

Il termine è prorogabile, su istanza di parte, per il termine strettamente necessario, qualora ricorrano gravi motivi che siano tali da ingenerare nuovamente un pregiudizio in capo alla persona protetta.

La possibilità della proroga del termine di durata dell’ordine di protezione consente di riconoscere rilevanza anche a fatti e comportamenti sopravvenuti che, pur senza tradursi direttamente in nuovi episodi di violenza, tuttavia siano tali, tenuto conto delle contingenze del caso concreto e, in particolare, della situazione di conflitto venutasi a determinare, da generare ulteriori occasioni di contrasto e da esporre nuovamente a pregiudizio la persona protetta.

Competenza

La competenza ratione materiae e ratione loci è affidata al Tribunale ordinario del luogo di residenza o di domicilio del ricorrente. La scelta, chiaramente in senso derogativo rispetto al foro generale del convenuto, si spiega agevolmente con l’esigenza di favorire l’abusato, il quale non deve rincorrere il convenuto nell’eventualità che egli abbia una residenza anagrafica in un luogo diverso, e con l’interesse a radicare la competenza avanti al giudice del luogo ove si trova la casa familiare, teatro delle pretese condotte pregiudizievoli.

Soggetti legittimati

Legittimati attivi sono i coniugi, i conviventi e i componenti del nucleo familiare, in danno dei quali è stata tenuta la condotta pregiudizievole. Non occorre che tra i conviventi sussistano rapporti di parentela o affinità. Deve trattarsi comunque di un rapporto di convivenza caratterizzato da una certa stabilità.

La legittimazione è riconosciuta anche all’amministratore di sostegno, ma negata al figlio maggiorenne non convivente. Il figlio minore, convivente, potrà agire tramite la persona dei suoi rappresentanti o eventualmente di un curatore speciale.

Procedimento

L’istanza va proposta mediante ricorso, ma chiaramente qualsiasi altro atto, se in grado di raggiungere lo scopo, può dare ingresso al processo. Nulla si dice espressamente nella norma, ma si deve ritenere non necessaria l’assistenza di un difensore, attesa la natura del procedimento e la necessaria rapidità dello stesso. Il giudice designato dal presidente del Tribunale alla trattazione del procedimento, di regola, fissa con decreto in calce al ricorso l’udienza di comparizione delle parti e a detta udienza sente le parti stesse. L’audizione delle parti, tuttavia, non essendo prevista a pena di nullità, non può essere ritenuta necessaria, come invece nel caso del giudizio di separazione caratterizzato dall’obbligatorio tentativo di conciliazione, qui invece non previsto. Una volta sentite le parti e ottenuti i chiarimenti necessari, il giudice procede ad atti di istruzione ritenuti necessari e, ove occorra, dispone indagini anche per mezzo della polizia tributaria sui redditi, sul tenore di vita e sul patrimonio personale e comune delle parti; e ciò al fine di determinare un assegno mensile in favore delle persone conviventi che per effetto dell’ordine di protezione rimangono senza mezzi di sostentamento.

Qualora il tempo necessario per la comparizione delle parti possa pregiudicare l’efficacia della misura di protezione o possa mettere in ulteriore e maggiore pericolo la parte ricorrente, il giudice ha la facoltà di adottare immediatamente, inaudita altera parte, l’ordine di protezione, per poi contestualmente fissare l’udienza di comparizione delle parti, entro un termine non superiore a quindici giorni, con assegnazione al ricorrente di un termine non superiore a otto giorni per la notificazione del ricorso e del decreto contenente la misura di tutela.

Il giudice decide con decreto motivato immediatamente esecutivo. Contro il decreto di accoglimento o di rigetto, o di conferma, modifica o revoca del provvedimento emesso inaudita altera parte è ammesso reclamo al Collegio del medesimo Tribunale entro il termine perentorio di dieci giorni dalla notificazione del provvedimento. La proposizione del reclamo non determina la sospensione del provvedimento impugnato. Tuttavia, è stata avanzata l’ipotesi che il convenuto possa richiedete eccezionalmente la sospensione del provvedimento a mezzo di un procedimento ex art. 700 c.p.c. o sollecitando il Collegio ad una sospensione temporanea per motivi sopravvenuti. Il Tribunale, in composizione collegiale, convocate e sentite le parti, provvede in camera di consiglio con decreto motivato, questa volta dichiarato non impugnabile, anche se potrebbe ritenersi ammissibile il ricorso ex art. 111 Cost., laddove si tratti di provvedimento che in qualche modo incide sulla libertà personale.

Esecuzione

Il decreto motivato a conclusione del procedimento ex art. 736-bis c.p.c. è immediatamente esecutivo, e neppure la proposizione del reclamo può determinarne la sospensione. Se il decreto contiene l’ordine di pagamento di un assegno periodico, l’esecuzione avverrà attraverso la notifica del precetto e del pignoramento, secondo le norme del processo esecutivo ex artt. 474 ss. c.p.c. Qualora, invece, si tratti di ordine di allontanamento dalla casa coniugale o di divieto di avvicinarsi a determinati luoghi, l’esecuzione è modellata sulla disciplina del rito cautelare uniforme.

L’art. 342-ter citato prevede che il giudice debba necessariamente indicare, contestualmente all’ordine di protezione, le modalità di attuazione.