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Ricorso per l’attribuzione del cognome al figlio riconosciuto

Indice

Il regime del cognome del figlio riconosciuto

I criteri volti a determinare il cognome del figlio riconosciuto sono rimasti pressoché invariati a seguito della riforma.

L’art. 262 c.c. prevede ancora oggi, in alternativa fra loro: l’assunzione esclusiva ed automatica del cognome paterno, nell’ipotesi in cui il riconoscimento sia effettuato contestualmente da entrambi i genitori, oppure l’assegnazione del cognome del genitore che per primo lo ha effettuato. L’automatica assegnazione del patronimico, conformemente a quanto avviene per i figli nati nel matrimonio, non trova una sua diretta giustificazione nella legge, ma è indirettamente desumibile da una serie di disposizioni che richiamano una consuetudine fondata su una concezione patriarcale della famiglia che può ritenersi ormai superata. Tale regola, di cui è discussa la natura consuetudinaria, si pone altresì in contrasto con tutte quelle fonti sovranazionali che impongono agli Stati firmatari l’adozione di misure volte ad eliminare le discriminazioni di trattamento nei confronti delle persone. Pertanto, sono stati sollevati dubbi sulla legittimità costituzionale di questa regola, tali da indurre la Corte Costituzionale a pronunciarsi sul punto.

La Corte, pur dichiarando inammissibile la questione di legittimità costituzionale, ha comunque sollecitato il legislatore ad intervenire per la modifica dei principi di attribuzione del cognome, mostrandosi consapevole della necessità che la trasmissione dello stesso ai figli avvenga seguendo una norma espressa, determinata, precisa ed univoca.

La scelta del cognome

La scelta in ordine al cognome è attribuita al figlio – dal comma 2 dell’art. 262 c.c. – solo nel caso in cui il riconoscimento o l’accertamento della filiazione nei confronti del padre siano successivi al riconoscimento da parte della madre, ovvero all’accertamento giudiziale della maternità.

In tale caso il figlio potrà decidere di assumere il cognome del padre non soltanto, come previsto anteriormente alla riforma, aggiungendolo o sostituendolo a quello della madre, ma anche anteponendolo allo stesso. In attesa di una definitiva presa di posizione del legislatore, la giurisprudenza ha iniziato ad escludere – nei casi in cui, per la sua minore età, la scelta sul cognome da attribuire al figlio riconosciuto è rimessa al giudice – qualsivoglia automaticità nell’assegnazione del cognome del padre, per la quale non esisterebbe alcun privilegio.

Infatti, il criterio direttivo per tale attribuzione dovrebbe essere ricercato unicamente nell’interesse del minore, inteso come salvaguardia della sua identità personale. Ciò che rileva, dunque, è il preminente interesse del figlio a conservare o a non cambiare il cognome con il quale è ormai riconosciuto nelle proprie relazioni sociali. In quest’ottica il cognome assume i connotati di un autonomo segno identificativo della personalità.

Stante l’esclusione, riconosciuta ormai in via prevalente dalla giurisprudenza, di qualsivoglia privilegio per il patronimico, pone dei dubbi la mancata previsione della possibilità di sostituire, aggiungere o anteporre il cognome della madre a quello del padre, qualora questa abbia effettuato il riconoscimento posteriormente a quello del padre. Una tale discriminazione, alla luce delle considerazioni sopra esposte, non appare più giustificata.

Il decreto attuativo ha aggiunto all’art. 262 c.c. un nuovo comma 3, che prevede l’applicabilità dei primi due commi del medesimo articolo anche nell’ipotesi in cui, anteriormente al riconoscimento dei genitori o all’accertamento giudiziale della loro paternità o maternità, al figlio fosse attribuito un altro cognome dall’ufficiale dello stato civile.

Recependo l’orientamento giurisprudenziale secondo cui il cognome d’origine merita tutela nella misura in cui il figlio abbia radicato la sua identità in tale nome, a prescindere dal fatto che questo indichi o meno una discendenza o un legame familiare, il nuovo comma 3 dell’art. 262 c.c. prevede la possibilità per il figlio di mantenere il cognome precedentemente attribuitogli, qualora questo sia nel frattempo divenuto un autonomo segno della sua identità personale.

Ne discende che il figlio potrà aggiungere, anteporre o sostituire il suo cognome originario, assegnatogli dall’ufficiale dello stato civile, al cognome del genitore che per primo lo ha riconosciuto, ovvero a quello che può risultare dalle restanti ipotesi delineate nell’art. 262 c.c.

La scelta del cognome è dichiarata, dal figlio, all’ufficiale dello stato civile del suo Comune di nascita, o personalmente o tramite comunicazione scritta. Tale dichiarazione deve essere poi annotata nell’atto di nascita del figlio. Si discute circa la trasmissibilità della facoltà di scelta del cognome ai discendenti, ove il riconosciuto muoia prima di esplicitarla. Un primo orientamento, posta la natura strettamente personale del diritto di scelta, nega la suddetta trasmissibilità, affermando che tale diritto potrebbe essere esercitato esclusivamente dal figlio. Secondo un ulteriore orientamento, invece, la facoltà di scelta spetterebbe anche ai discendenti, ma solamente nell’ipotesi in cui il figlio riconosciuto fosse morto senza aver prestato il suo assenso al riconoscimento stesso.

Il comma 4 dell’art. 262 c.c. dispone che, in caso di minore età del figlio riconosciuto, sia il giudice a decidere relativamente all’assunzione del cognome del genitore, previo ascolto del minore che abbia compiuto i dodici anni, o anche di età inferiore qualora fosse capace di discernimento, conformemente a quanto previsto dal nuovo art. 336-bis c.c., introdotto dal decreto attuativo, in tema di ascolto del minore. Taluni autori hanno sollevato dubbi circa la compatibilità di tale disposizione con la regola contenuta nell’art. 250, c. 2, c.c., secondo cui l’efficacia del riconoscimento è subordinata all’assenso del figlio che abbia compiuto i quattordici anni. In particolare, in dottrina è stato evidenziato il mancato coordinamento tra le due disposizioni, posto che il figlio, compiuti i quattordici anni, può prestare il suo consenso al riconoscimento, ma non può decidere sull’assunzione del cognome, in quanto, fino al raggiungimento della maggiore età, è il giudice a essere chiamato a pronunciarsi sul punto, seppur nell’esclusivo interesse del minore.

Il ricorso per l’attribuzione del cognome

La decisione in ordine all’assunzione del nome del padre da parte del minore di età spetta alla competenza del giudice ordinario, ex art. 38 disp. att. (come modificato dall’art. 3, l. n. 219/2012).

Discussa è la natura del procedimento, essendovi divaricazione in giurisprudenza tra coloro che sostengono la natura di volontaria giurisdizione e coloro che optano per il carattere contenzioso del procedimento. Chi opta per la prima soluzione ritiene che la domanda in oggetto possa essere promossa anche contestualmente al ricorso per l’autorizzazione al riconoscimento del figlio naturale ex art. 250 c.c. (argomentando proprio sulla diversa natura dei due procedimenti, l’uno di volontaria giurisdizione, l’altro di natura contenziosa); ovviamente dall’accoglimento della tesi circa la natura di volontaria giurisdizione del procedimento derivano necessarie conseguenze in ordine alla stabilità del provvedimento ed alla sua impugnabilità: concludendosi, coerentemente con le norme disciplinanti il rito camerale, che il decreto del Tribunale sarebbe assoggettabile a reclamo innanzi alla Corte d’appello e che il decreto da quest’ultima emesso sarebbe revocabile e modificabile e non ricorribile per cassazione ex art. 111 Cost.