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Ricorso per il trasferimento in utero di embrioni crioconservati

Indice

Il divieto di crioconservazione e soppressione dell’embrione

La Legge vieta la crioconservazione e la soppressione degli embrioni, compatibilmente con quanto previsto dalla l. n. 194/1978 sull’aborto.

Il divieto di soppressione dell’embrione, pur se giustificato dall’esigenza di tutela dello stesso, crea un’evidente aporia del sistema, in quanto comporta una difficoltà di coordinamento con la l. n. 194/1978 sull’aborto; infatti, mentre la distruzione dell’embrione è vietata dalla norma in commento, l’interruzione della gravidanza e la conseguente morte del feto (il quale si trova a uno stadio evolutivo più avanzato rispetto a quello dell’embrione), al ricorrere dei presupposti di cui alla l. n. 194/1978, è consentita.

Il divieto di crioconservazione non è assoluto, infatti è ammesso il congelamento dell’embrione laddove non sia possibile, per causa di forza maggiore relativa allo stato di salute della donna, il trasferimento in utero dell’embrione.

Una volta crioconservato, l’embrione deve, secondo la disposizione in esame, essere trasferito “non appena possibile”.

Le Linee guida ministeriali originarie del 2004, sul punto non modificate da quelle del 2008, e confermate sul punto nel 2015, ampliano maggiormente la possibilità di crioconservazione, prevedendo la possibilità di farvi ricorso “comunque ogni qualvolta un trasferimento non risulti attuato” e dettando indicazioni specifiche sulle modalità di crioconservazione.

In aggiunta, le Linee guida del 2015, stabiliscono ora che tutti gli embrioni non immediatamente trasferiti verranno congelati e crioconservati.

Le Linee guida, inoltre, prevedono un incondizionato diritto della donna ad ottenere il trasferimento degli embrioni crioconservati, anche di quelli congelati prima dell’entrata in vigore della l. n. 40/2004.

Il numero massimo di embrioni producibili

La normativa prevede che il numero di embrioni producibile attraverso la Procreazione Medicalmente Assistita può essere solo quello necessario ad unico e contemporaneo impianto e, comunque, non superiore a tre.

Prima dell’introduzione della normativa in esame, era invalsa la pratica medica, di produrre, tramite le tecniche di PMA, il maggiore numero possibile di embrioni. In tal modo, qualora il primo trasferimento in utero non avesse dato esito positivo, erano possibili ulteriori impianti degli embrioni restanti, i quali venivano crioconservati, senza dovere sottoporre la donna a nuovi trattamenti ormonali, stressanti e dannosi per la sua salute e a nuovi prelievi ovarici.

Il disposto normativo ha suscitato ampie polemiche, in quanto, limitando il numero degli embrioni che può essere prodotto al massimo di tre, non si rispetta pienamente, tra l’altro, il diritto alla salute della donna, la quale è costretta, in caso di (non improbabile) insuccesso del primo trasferimento, a doversi sottoporre a nuovi cicli di stimolazione ormonale (volti alla produzione di ovociti), nonché a nuovi prelievi ovarici, con tutte le conseguenze negative che ciò comporta, in termini sia psicologici che fisici, per la salute della donna.

Inoltre, l’obbligo di impianto simultaneo di tutti gli embrioni prodotti aumenta la probabilità di gravidanze multiple, le quali possono essere rischiose per la salute, sia della donna che dei nascituri.

Infine, si è evidenziato come l’obbligo dell’unicità del trasferimento degli embrioni ottenuti svilisce il ruolo del medico e la sua discrezionalità nel decidere, nel singolo caso, il numero ottimale di embrioni impiantare per potere conseguire la massima probabilità di successo della pratica.
6 Di tutte queste considerazioni ha tenuto conto, recentemente, il giudice costituzionale, il quale, accogliendo le questioni di legittimità relative alla norma in commento, prospettate sia da giudici amministrativi che di merito, ha parzialmente dichiarato l’illegittimità dell’art. 14, c. 2, della legge, nel punto in cui prevede che ci sia un unico e contemporaneo impianto di embrioni, comunque non superiore a tre.