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Riconoscimento del figlio

Indice

Cos’è e in cosa consiste il riconoscimento del figlio

Il riconoscimento del figlio si conferma quale atto unilaterale, recettizio e discrezionale, con il quale uno o entrambi i genitori costituiscono lo stato di figlio riconosciuto. Esso può avvenire congiuntamente o separatamente: in quest’ultimo caso – come si vedrà più avanti – è previsto oltre l’assenso del figlio infraquattordicenne (anziché sedicenne) il consenso del genitore che lo ha riconosciuto per primo. In ogni caso l’atto è irrevocabile e, trattandosi di atto puro, non può essere sottoposto a termini o condizioni: dette clausole se apposte sono nulle e non viziano il riconoscimento (artt. 256 e 257 c.c.).

Sulla natura dell’atto di riconoscimento si riportano le tradizionali argomentazioni interpretative che lo qualificano in un caso come atto giuridico in senso stretto per l’irrilevanza della volontà privata circa gli effetti del riconoscimento e nell’altro come atto di accertamento della filiazione. Resta inteso, secondo quanto più volte ribadito in dottrina, che l’effetto principale del riconoscimento è quello di conferire la titolarità formale del rapporto e di rendere superfluo l’accertamento in via giudiziale.

Il consenso del genitore che per primo riconosce il figlio

L’art. 250 c.c. prevede che nel caso in cui il riconoscimento non avvenga congiuntamente, ma separatamente ed in momenti successivi, debba essere richiesto il consenso da parte del genitore che lo ha riconosciuto per primo. Così come strutturata, la norma, nel mantenere nei contenuti l’intento originario che è quello di tutelare l’esclusivo interesse del figlio, evitando che vengano ingiustificatamente travolti gli ambiti familiari e le abitudini in cui è cresciuto, benché con un unico genitore, rafforza in qualche modo l’intento di evitare che il potere di rifiuto si trasformi in un esercizio di forza punitivo o di veto contro il genitore che intende agire per il riconoscimento, privilegiando pertanto quel concetto di bigenitorialità cui ciascun bambino ha diritto, e che ben si configura nell’altrettanto tutelato interesse dell’altro genitore a vedersi riconosciuta la propria genitorialità, presupposti peraltro evidenziati dalla più recente giurisprudenza.

Secondo la dottrina, il riconoscimento si configura dunque come espressione di un diritto soggettivo che trova un limite nel possibile pregiudizio grave che renda l’atto meramente pregiudizievole allo sviluppo del fanciullo.

Va peraltro sottolineato che tale potere, spettante in via esclusiva al genitore che per primo ha riconosciuto, costituisce secondo la giurisprudenza, un corollario della paternità o maternità e non della legale rappresentanza del minore nell’esercizio della potestà genitoriale la cui sospensione non gli impedisce di acconsentire o meno al secondo riconoscimento.