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Richiamo al figlio per allontanamento dalla casa familiare

Indice

L’abbandono della casa del genitore

È principio generale quello per i cui i figli minorenni sono soggetti alla potestà dei genitori sino alla maggiore età (art. 316 c.c.). I doveri, gli obblighi e i poteri che caratterizzano il contenuto della potestà genitoriale riguardano indistintamente tutti i figli, indipendentemente dal loro status (legittimi, naturali, riconosciuti, adottivi); infatti la filiazione adottiva è parificata a quella c.d. legittima a norma dell’art. 27, l. n. 184/1983 e successive modifiche, laddove il contenuto della potestà dei genitori naturali è identico a quello dei genitori uniti in matrimonio a norma del richiamo contenuto nell’art. 261 c.c.

Tra gli obblighi del genitore c’è quello di tenere il figlio presso di sé (art. 1, l. n. 184/1983) e di mantenerlo, istruirlo ed educarlo (art. 147); speculare è l’obbligo dei figli di stare con i genitori: l’art. 318 c.c. dispone infatti che il figlio non può abbandonare la casa dei genitori o del genitore che esercita su di lui la potestà e che “qualora se ne allontani senza permesso i genitori possono richiamarlo ricorrendo, se necessario, al Giudice Tutelare”.

L’art. 318 c.c., dunque, conferisce ai genitori il potere di allocazione del figlio in dimora diversa dalla sua casa familiare, purché non vi sia una totale delega ad altri di ogni funzione educativa integrante la situazione di abbandono, senza la necessità dell’intervento dell’Autorità giudiziaria che è richiesto solo ove il figlio venga affidato stabilmente a chi non è parente entro il quarto grado per un periodo superiore a sei mesi (art. 9, l. n. 184/1983)

Possibilità di allontanamento con l’accordo dei genitori

Il figlio può andare a convivere con persona diversa dai genitori, se questi sono d’accordo, essendo previsto solo in caso di dissenso del genitore uno strumento di coercizione mediante anche il ricorso al Giudice Tutelare per far ritornare il figlio a casa qualora questi opponga resistenza; e ciò in quanto la potestà consiste nel potere di prendere decisioni che coinvolgono la vita del figlio, in ogni momento ed in ogni suo aspetto: non solo quando il figlio per la sua immaturità ed età non sia in grado di prendere decisioni che lo riguardano, ma anche quando il figlio, cresciuto ma non ancora maggiorenne, manifesti una sua volontà difforme da quella del genitore; – esercitare la potestà è un dovere, e uno strumento per proteggere ed educare, per consentire la piena realizzazione del diritto del figlio minore a crescere.

Il genitore, dunque, ha il potere di imporre e vietare comportamenti al figlio (ovviamente nel pieno rispetto dello sviluppo della sua personalità e del suo diritto ad una crescita armonica e compiuta) e se il figlio si allontana senza permesso deve richiamarlo, facendo valere la sua posizione di soggetto gravato dal dovere di protezione del figlio, mediante il ricorso al Giudice Tutelare; – la legge prevede che sia il Giudice Tutelare, adito dai genitori a norma dell’art. 318 c.c., a richiedere l’intervento del Tribunale per i Minorenni per i provvedimenti di competenza a norma degli artt. 330 e 333 c.c., nel caso in cui il figlio abbia espresso la volontà di sottrarsi alla potestà e si sia allontanato dalla casa familiare, contro la volontà dei genitori, e siano emerse le ragioni di pregiudizio che rendano inopportuno un rientro del minore nella propria dimora, per violazione dei doveri o abuso dei poteri da parte dei genitori.