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Reclamo e contestazione dello stato di figlio

Indice

Il reclamo dello stato di figlio

I primi due commi dell’art. 239 c.c. prevedono ipotesi comuni sia al reclamo dello stato di figlio sia alla contestazione del medesimo stato, prevista nel successivo art. 240, essendosi eliminato, a seguito della riforma, qualunque riferimento alla natura della filiazione.

La prima ipotesi, concernente la supposizione di parto e la sostituzione di neonato, si riferisce ai medesimi presupposti contemplati nella precedente formulazione della norma, in base ai quali il neonato sia indicato nell’atto di nascita come nato da una donna che non ha realmente partorito (supposizione di parto), ovvero quando sia avvenuto uno scambio di neonati, essendo indifferente la natura dolosa od erronea del medesimo, sì che ciascuno dei due bambini risulti dall’atto di nascita figlio di genitori diversi da quelli effettivi (sostituzione di neonato).

In questa ipotesi, pertanto, il figlio è legittimato a rimuovere lo stato inveridico senza dovere necessariamente costituirne un altro verso i genitori effettivi, come può ricavarsi in base al tenore letterale della disposizione, là dove si fa menzione di uno “stato diverso”, differentemente dagli altri casi ivi contemplati che, menzionando specificamente lo “stato di figlio”, sottolineano la funzione acquisitiva svolta dal reclamo nelle relative ipotesi.

L’altra ipotesi comune al reclamo e alla contestazione, contemplata dal comma 2 dell’art. 239, concerne la possibilità di esperire l’azione di reclamo che la norma contempla a favore di chi, nato nel matrimonio, fu iscritto come figlio di ignoti, salvo l’intervento di una sentenza di adozione. Nel giudizio il figlio deve fornire la prova della discendenza biologica da entrambi i genitori (agevolata dal ricorso all’esame del DNA, sul quale non sussistono preclusioni), oltre a quella che fra gli stessi intercorresse il matrimonio al tempo del concepimento. La previsione di tale possibilità si giustifica in base al fatto che, coerentemente con la tutela dei diritti in base all’art. 24 Cost., qualora siano note le generalità del genitore, il ricorso all’anonimato, possibile anche da parte della partoriente coniugata, non preclude comunque l’accertamento di massimo grado fondato sulla discendenza biologica. Una volta intervenuta la sentenza di adozione, non è però più consentita la costituzione dello stato, restando possibile solo un accertamento indiretto del medesimo, compiuto in via incidentale per la corresponsione dell’assegno di cui all’art. 279 c.c. nei confronti dei genitori e, in base agli artt. 580 e 594 c.c., a carico dei loro successori.

Le ulteriori due ipotesi contemplate dall’art. 239 c.c. hanno riguardo al reclamo della matrimonialità.

La prima, regolata nel comma 3 della previsione in commento, prevede due casi in cui l’azione può essere esercitata per reclamare uno stato di figlio conforme alla presunzione di paternità, sia da parte di chi è stato riconosciuto in contrasto con tale presunzione, sia ad opera di colui che fu iscritto conformemente ad altra presunzione di paternità.

È necessario effettuare un coordinamento tra questa previsione e quanto indicato nell’art. 234, ove si disciplina la ricerca della discendenza qualora sia inoperativo il sistema di finzioni e presunzioni di cui agli art. 231 ss., ammettendosi il figlio stesso (o ciascuno dei coniugi e i loro eredi) all’accertamento della matrimonialità.

In questi casi, allora, l’accertamento di grado poziore è sempre volto alla ricerca della paternità verso il marito della partoriente, in quanto la prova del concepimento in costanza di matrimonio non rileva se svincolata da quella della generazione, intesa come individuazione dell’autore della procreazione tra più soggetti presunti tali.

L’ultima ipotesi di reclamo, prevista dal comma 4 dell’art. 239, concerne l’azione volta a reclamare un diverso stato di figlio, quando il precedente è stato comunque rimosso. Essa si configura come un’azione positiva diretta ad accertare la matrimonialità verso altri genitori, nel caso in cui il figlio abbia subito la rimozione dello status per iniziativa propria o di altro legittimato in base al vittorioso esperimento delle azioni di reclamo o contestazione (ex artt. 239 e 240, qualora si sia verificato lo scambio di neonati o la supposizione di parto da donna coniugata, quando il figlio è matrimoniale di un’altra coppia, ed il suo status originario è stato rimosso), di disconoscimento (ex art. 243-bis ss.) e di impugnazione del riconoscimento (ex artt. 263, 265 e 266).

La contestazione dello stato di figlio

Il d.l. 28.12.2013, n. 154 ha modificato la norma in commento, eliminando qualsivoglia riferimento al matrimonio e limitando l’azione di contestazione dello stato di figlio alle ipotesi di cui all’art. 239, c. 1 e 2, c.c.

Sotto il profilo processuale, la disciplina di cui all’art. 240 c.c. è integrata dalle previsioni dell’art. 248 c.c., che si occupa tanto della legittimazione ad agire quanto della prescrizione della suddetta azione di contestazione.

Il rinvio operato dall’art. 240 c.c. all’art. 239 c.c. permette di individuare i casi in cui l’azione di contestazione dello stato di figlio è ammessa. Precisamente, il riferimento è al caso di supposizione di parto e sostituzione di neonato nei quali la donna indicata come madre nell’atto di nascita non ha partorito chi risulta figlio e all’ipotesi di figlio nato nel matrimonio ma iscritto come figlio di ignoti, salva intervenuta sentenza di adozione.

La riforma della filiazione, eliminando la qualificazione di figlio legittimo, ha portato a incertezze interpretative in punto di rapporto di genere a specie tra l’azione di contestazione dello stato di figlio e le azioni di disconoscimento della paternità e di impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità.

Non si registra un orientamento univoco in dottrina e giurisprudenza per quel che riguarda la tassatività dei casi di cui all’art. 239, c. 2, c.c.

Da un lato, si ritiene ammissibile un’applicazione estensiva delle disposizioni in commento, sicché l’azione di contestazione dello stato di figlio potrebbe esperirsi con successo anche nei casi di riconoscimento non veridico del figlio ad opera di persona diversa dal coniuge della partoriente, oppure di figlio nato da una donna coniugata in violazione del divieto di nozze ex art. 89 c.c. A fronte della lettura congiunta delle norme degli artt. 240 e 248 c.c. resta ferma, tuttavia, la possibilità di invocare lo strumento di cui trattasi solo in caso di contestazione del rapporto di filiazione da parte della madre.

A seguito della riforma sulla filiazione, e qualora il figlio sia stato erroneamente denunciato come matrimoniale, l’azione di contestazione dello stato di figlio non richiede fra i suoi presupposti la prova della celebrazione del matrimonio e la prova che la nascita sia avvenuta dopo i trecento giorni ex art. 234 c.c.