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Prova della proprietà dei beni

Indice

Generalità

Il regime patrimoniale di separazione dei beni può instaurarsi tra i coniugi sulla base di una scelta negoziale dei medesimi oppure automaticamente. Nel primo caso, essi possono dichiarare la loro volontà direttamente all’ufficiale di stato civile o al ministro di culto, nell’atto di celebrazione del matrimonio, oppure possono, in un momento successivo, ricorrere allo strumento della convenzione matrimoniale. In particolare, in questa seconda ipotesi, è possibile esprimere la volontà di instaurare il regime della separazione dei beni oppure, con il medesimo risultato, di rinunciare al regime della comunione legale.

In relazione ai casi di costituzione automatica della separazione dei beni, può accadere che essa si determini all’atto stesso di celebrazione del matrimonio – precisamente, quando uno o entrambi i coniugi sono stati dichiarati falliti – oppure in un momento successivo, al verificarsi di una causa di scioglimento della comunione legale che non derivi dalla cessazione del vincolo coniugale.

In costanza di tale regime patrimoniale, ciascun coniuge, oltre a mantenere la titolarità esclusiva dei diritti acquistati prima delle nozze, diviene esclusivo titolare anche di quelli acquistati in costanza di matrimonio, con piena ed indipendente facoltà di godimento e di disposizione dei relativi beni, di cui fa propri i frutti. Naturalmente, ciò non esclude che i coniugi possano divenire contitolari di un diritto reale secondo le regole della comunione ordinaria.

Amministrazione e godimento dei beni

Come già anticipato, in costanza del regime di separazione, ciascun coniuge ha la facoltà, piena ed indipendente, di godere ed amministrare i beni sui quali egli eserciti un diritto di cui è titolare esclusivo.

Simmetricamente, il coniuge che contrae un’obbligazione risponde dei propri debiti personalmente, secondo le regole generali.

L’art. 217, c. 2 ss. del Codice Civile disciplina le ipotesi in cui un coniuge amministri i beni dell’altro coniuge, a prescindere dalla circostanza che il medesimo concretamente li detenga. Possono, in particolare, presentarsi più ipotesi di amministrazione da parte di un coniuge dei beni dell’altro:

a) Amministrazione sulla base di un mandato (generale) con o senza rappresentanza, ossia a prescindere dal contestuale rilascio di procura. Si tratta dell’ipotesi espressamente contemplata dall’art. 217 c.c.

b) Amministrazione sulla base di un rapporto di fatto, senza opposizione dell’altro coniuge. È questa senz’altro l’ipotesi più ricorrente nella prassi.

c) Amministrazione sulla base di un contratto di mandato, con o senza rappresentanza, relativo a uno o più affari determinati o all’amministrazione di uno o più beni.

Alla luce del comma 4 dell’art. 217 c.c., l’atto gestorio di un bene dell’altro coniuge, in presenza di un’opposizione di quest’ultimo, integra un fatto illecito, sanzionato con l’obbligo di risarcire i danni cagionati.

L’art. 218 del Codice Civile individua alcuni obblighi aggiuntivi in capo al coniuge che amministri i beni dell’altro e, ad un tempo, ne abbia il godimento, ricavandoli dalla disciplina dell’usufrutto.

Regime probatorio della proprietà dei beni

L’art. 219 del Codice Civile disciplina la prova della proprietà dei beni dei coniugi, ponendo delle regole di portata generale. Infine, poiché queste norme mirano a risolvere un problema comune nella prassi, alla luce del principio fondamentale di eguaglianza e parità tra coniugi, esse devono ritenersi inderogabili.

Il primo comma concede a ciascun coniuge la possibilità di provare con ogni mezzo nei confronti dell’altro la proprietà di un bene per l’intero o per una quota, mentre il secondo prevede una regola residuale per i casi in cui non sia possibile dimostrare, da parte di ciascuno dei coniugi, la proprietà esclusiva di un bene. Il legislatore ha previsto che il bene (mobile od immobile) in questione debba considerarsi di proprietà comune di entrambi, con parità delle quote.