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Nullità del matrimonio per violenza o errore

Indice

Premessa

L’art. 122 del Codice Civile contempla quattro fattispecie in cui, a causa di vizi del volere, la validità del matrimonio risulta inficiata:

a) la violenza morale;

b) il timore di eccezionale gravità;

c) l’errore sull’identità della persona dell’altro coniuge;

d) l’errore essenziale su qualità personali dell’altro sposo.

Comune a tutti i vizi di cui alla disposizione in esame è sia la conseguenza dell’annullabilità del matrimonio, sia la previsione della sanatoria, quest’ultima basata sulla coabitazione protratta per un anno dalla cessazione della violenza o delle cause che hanno determinato il timore o dalla scoperta dell’errore.

L’azione di annullamento diventa invece improponibile una volta che vi sia stata ininterrotta coabitazione per un anno, con l’instaurazione di una vera e propria communio vitae, nella sua componente spirituale e materiale.

Per i medesimi vizi è altresì possibile impugnare l’unione civile tra persone dello stesso sesso e, ugualmente, l’azione non può essere proposta se vi è stata coabitazione per un anno dopo che è cessata la violenza o le cause che hanno determinato il timore ovvero sia stato scoperto l’errore. Risulta invece esclusa, per l’unione civile, l’applicazione della causa di annullabilità di cui all’art. 122, c. 3, n. 1), per l’esistenza di una malattia fisica o psichica o di un’anomalia o deviazione sessuale, tali da impedire lo svolgimento della vita coniugale.

La violenza morale

Il primo comma della richiamata norma si riferisce certamente alla violenza morale, e non a quella fisica, la quale, ove dovesse prospettarsi, determinerebbe la nullità insanabile del matrimonio per mancanza dell’elemento essenziale del consenso.

I criteri per la valutazione della sussistenza e della rilevanza della violenza sono i medesimi contemplati dall’art. 1435 c.c. per la materia contrattuale, sia pure con le opportune cautele rese necessarie dalla particolare natura del matrimonio.

Il male minacciato può riguardare sia la persona che i beni dello sposo o dei suoi prossimi congiunti.

La violenza deve provenire ab estrinseco, ossia deve essere esercitata o dallo sposo o da terzi e non rileva la violenza putativa, effetto di autosuggestione del soggetto, il quale si ritiene esposto a una situazione di pericolo in realtà non esistente.

Il timore di eccezionale gravità

Tale timore non deve essere ingenerato dall’altrui minaccia diretta ad indurre al matrimonio (altrimenti sussisterebbe violenza morale), ma da situazioni oggettive ed esterne (comportamenti umani o eventi naturalistici) tali da determinare un grave sentimento di paura e far ritenere al soggetto che il matrimonio costituisca lo strumento per sottrarsi al pericolo.

L’eccezionale gravità del timore sussiste in presenza di una situazione seria e durevole di pericolo per la vita o per la salute.

Il timore deve necessariamente provenire ab esterno: laddove si limitasse ad essere un mero timore putativo, nascente ab intrinseco nell’animo del soggetto e frutto di una sua autosuggestione, sarebbe irrilevante.

Parimenti irrilevante è il mero timore reverenziale, inteso come fenomeno per il quale il soggetto si sente suggestionato da un altro, per un sentimento di affetto o di prestigio che esso riveste ai suoi occhi, in quanto esso proviene ab intrinseco dall’animo del soggetto.

L’errore

Viene attribuita rilevanza ai fini dell’annullamento del matrimonio all’errore:

a) sull’identità dell’altro coniuge: è causa di annullabilità del matrimonio quando cade sulla identificazione della stessa;

b) su qualità personali dell’altro coniuge: può riguardare una malattia (fisica o psichica) oppure un’anomalia organica o funzionale (ivi compresa l’impotenza) o deviazione sessuale (es. sadismo, ninfomania, ecc.), purché tali da impedire lo svolgimento della vita coniugale. Occorre in tal caso che la patologia sia preesistente al matrimonio, che sia ignorata dall’altro coniuge o da questi non sufficientemente conosciuta e che sia atta a influire negativamente sulla vita coniugale, secondo un giudizio da valutarsi caso per caso.

Il secondo ordine di casi di errore essenziale riguarda invece l’esistenza di condanne o precedenti penali in capo ad un coniuge, di cui l’altro ignorasse l’esistenza, prima della celebrazione del matrimonio.

Vi è infine una terza fattispecie di rilevanza dell’errore che riguarda lo stato di gravidanza della moglie, causato da persona diversa dal soggetto caduto in errore. Si tratta, evidentemente, di un errore in cui può cadere solo il marito, che ha ad oggetto non la gravidanza in sé ma la paternità.

L’errore invalidante può consistere in una ignoranza o in una falsa rappresentazione della realtà e il requisito della essenzialità, sussiste laddove l’ignoranza o la falsa rappresentazione della realtà abbiano influito in maniera determinante sulla formazione del consenso matrimoniale, ossia si accerti che il soggetto non avrebbe prestato il suo consenso se le avesse esattamente conosciute, tenendo conto anche delle condizioni soggettive in cui tale soggetto versa, quali, ad esempio, il suo stato sociale, la sua cultura o la sua personalità.

Tale indicazione è ritenuta tassativa e non suscettibile di applicazione analogica.

Legittimazione attiva

L’unico soggetto legittimato all’azione è il coniuge il cui consenso sia viziato per essere stato estorto con violenza, determinato da timore, o prestato per errore.

Non può ritenersi legittimato a proporre l’azione il pubblico ministero, il quale ha invece la facoltà di proporre impugnazione avverso la sentenza.

La domanda d’impugnazione non può essere proposta nel caso in cui vi sia stata coabitazione per un anno dalla cessazione del vizio del consenso (ossia dalla cessazione della violenza o del timore, ovvero dalla scoperta dell’errore).