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Le convenzioni matrimoniali

Indice

Introduzione

Le convenzioni matrimoniali sono accordi diretti ad adottare o modificare il regime patrimoniale della famiglia. Tali accordi intercorrono, di regola, fra gli sposi, ma qualora si tratti di costituzione di un fondo patrimoniale essi possono configurarsi come negozio complesso a cui partecipa anche il terzo costituente.

Secondo autorevole dottrina, le convenzioni matrimoniali stipulate dagli sposi si qualificano come contratti normativi, in quanto volti a dettare – anche indirettamente – la disciplina applicabile a una pluralità di rapporti. Talvolta, e in particolare nei casi in cui le convenzioni stipulate abbiano ad oggetto beni determinati (es. convenzione volta alla costituzione di un fondo patrimoniale), si possono riconoscere alle stesse natura di contratti dispositivi.

L’opinione prevalente in dottrina e giurisprudenza qualifica le convenzioni matrimoniali come accordi a contenuto patrimoniale, soggetti, in quanto tali, alla disciplina sui contratti in generale. Secondo una parte degli interpreti, tuttavia, le convenzioni matrimoniali non sono soggette alla disciplina contrattuale della risoluzione e della rescissione.

Sotto il profilo del contenuto, le convenzioni matrimoniali possono essere stipulate al fine di modificare il regime di comunione legale secondo i parametri di cui all’art. 210 c.c., eleggere la separazione dei beni quale regime patrimoniale della famiglia ex art. 215 c.c., costituire regimi patrimoniali atipici ossia non previsti dalla legge, oppure costituire un fondo patrimoniale ex art. 167 c.c. Diversamente, tutti i negozi fra coniugi aventi ad oggetto questioni non attinenti al regime patrimoniale della famiglia, bensì specifici beni o rapporti, non possono essere definiti convenzioni matrimoniali. Restano di conseguenza esclusi dalla nozione di convenzione matrimoniale gli accordi generalmente conclusi a seguito di separazione personale o divorzio. Questi ultimi infatti trovano giustificazione in ragione di diverse cause, quali ad esempio quella donativa, corrispettiva o familiare, nonché in ragione dell’esigenza di regolare nel loro complesso i rapporti personali e patrimoniali che nascono dalla convivenza e dallo svolgimento della vita in comune.

Alla luce di quanto sopra, la giurisprudenza è solita escludere la natura di convenzione matrimoniale in occasione di accordi volti ad attribuire a uno dei coniugi, dopo lo scioglimento della comunione legale, la titolarità esclusiva dei singoli cespiti, ovvero di accordi con i quali i coniugi in fase di separazione consensuale regolino il trasferimento gratuito di determinati beni in favore di uno di essi. Sono altresì esclusi dall’ambito delle convenzioni matrimoniali i negozi con cui un terzo o un coniuge si assumono una quota dei pesi del matrimonio. Ciò si assume per vero anche se, secondo un orientamento interpretativo, tali negozi sarebbero comunque regolati dalle norme di cui agli art. 159 ss. c.c. laddove contenuti in convenzioni matrimoniali.

Ai sensi dell’art. 160 c.c., i coniugi (o i nubendi) non possono, attraverso le convenzioni matrimoniali, derogare ai diritti ed ai doveri previsti dalla legge per effetto del matrimonio. Nel dettaglio, le convenzioni matrimoniali non possono avere contenuto derogatorio rispetto ai doveri imposti dagli artt. 143, 147 e 148 c.c. ovvero prevedere per gli stessi una disciplina diversa da quella prevista dal legislatore. Ne deriva la nullità, ad esempio, del patto che esoneri totalmente un coniuge dal contributo ai bisogni della famiglia. Diversamente, gli sposi sono ammessi a concludere in via preventiva accordi volti a determinare il contenuto concreto degli oneri matrimoniali e a stabilire la misura di partecipazione dei singoli coniugi.

Forma delle convenzioni matrimoniali

Ai sensi del comma 1 dell’art. 162 c.c., le convenzioni matrimoniali devono essere stipulate per atto pubblico, a pena di nullità. Inoltre, il combinato disposto della disposizione in commento e dell’art. 48 della l. notarile, come novellato dall’art. 12, c. 1, lett. c, l. n. 246 del 2005, impone necessariamente la presenza di due testimoni, senza possibilità per i coniugi di rinunciarvi.

La forma qualificata imposta dalla legge per la validità delle convenzioni matrimoniali garantisce una libera e ponderata espressione della volontà dei coniugi nella regolamentazione dei rapporti patrimoniali familiari, nonché la certezza dei rapporti giuridici. Come evidenziato da autorevole dottrina, inoltre, la prescrizione di forma di cui all’art. 162 c.c. è diretta a fornire la massima garanzia di certezza e legalità.

La competenza a ricevere per atto pubblico le convenzioni matrimoniali è riservata al notaio. Si tratterebbe, secondo parte della dottrina, di una competenza esclusiva dettata sia dall’art. 34-bis disp. att. c.c. sia dall’art. 162, c. 4, che ai fini dell’opponibilità ai terzi impone l’indicazione del notaio rogante. Secondo altro orientamento, invece, sarebbe possibile individuare anche altri pubblici ufficiali abilitati a ricevere le convenzioni matrimoniali, atteso che nell’art. 162 c.c. è contenuto un generico riferimento all’atto pubblico e non, più specificamente, all’atto notarile. In ogni caso, qualora i cittadini si trovino all’estero, competente a ricevere per atto pubblico le convenzioni matrimoniali è il console, quale esercente le funzioni notarili ai sensi dell’art. 19, d.P.R. 5.1.1967, n. 200.

La mancata osservanza dell’onere formale imposto dalla norma in commento comporta la nullità della convenzione matrimoniale, con conseguente e immediata instaurazione del regime di comunione legale dei beni fra i coniugi. Parte della dottrina si è interrogata sull’efficacia sanante da riconoscersi all’esecuzione volontaria da parte dei coniugi della convenzione nulla per difetto di forma. Parimenti, secondo alcuni interpreti, le convenzioni matrimoniali, benché carenti del requisito di forma ex art. 162 c.c., sarebbero comunque valide nel rapporto fra i coniugi se stipulate per scrittura privata autenticata.

Con specifico riguardo alla scelta del regime di separazione dei beni, l’art. 162, c. 2, c.c. inserisce una deroga alla prescrizione in tema di forma contenuta nel comma 1. Segnatamente, non è soggetta alla forma ex art. 162, c. 1, c.c. la scelta del regime di separazione dei beni che venga manifestata, da entrambi i nubendi (ex art. 64, c. 2, ord. st. civ.), al momento della celebrazione del matrimonio (ossia in sede di compilazione dell’atto di matrimonio da parte del celebrante, ai sensi dell’art. 107, c. 2, c.c. e dell’art. 8, c. 2, c.c., l. 27.5.1929, n. 847). Ne deriva che, la scelta del regime di separazione dei beni, se operata nel momento di celebrazione del matrimonio, non richiede particolari formalisti e può essere ricevuta direttamente dall’ufficiale di stato civile, senza l’intervento del notaio. È sufficiente che i nubendi, al momento della celebrazione del matrimonio, dichiarino in modo non equivoco di voler conservare la titolarità esclusiva dei beni acquistati durante il matrimonio, ex art. 215 c.c.

Alla luce delle previsioni contenute nel comma 2 dell’art. 162 c.c., la dichiarazione dei nubendi può essere resa anche al ministro di culto, sia cattolico sia acattolico, da intendersi quale delegato dell’ufficiale di stato civile. Con specifico riguardo al ministro di culto cattolico, si ritiene che egli abbia una mera facoltà di ricevere la dichiarazione da parte dei nubendi, essendo egli vincolato dalla legge italiana esclusivamente nei limiti del Concordato (cfr. art. 8, n. 1, dell’Accordo di revisione del Concordato).

In caso di celebrazione dinanzi al ministro di culto cattolico, qualora la trascrizione dell’atto di matrimonio non possa avere luogo, o venga successivamente annullata, l’inefficacia civile del matrimonio comporterà altresì l’inefficacia della dichiarazione in ordine alla separazione dei beni. Recente giurisprudenza, tuttavia, ha riconosciuto validità nei rapporti interni fra i coniugi alla scelta relativa al regime di separazione dei beni manifestata in forma scritta, alla presenza di due testimoni, e resa al ministro di culto cattolico al momento della celebrazione del matrimonio, benché la stessa non sia stata annotata nell’atto di matrimonio trascritto nei registri di stato civile.

Momento della stipula

Ai sensi dell’art. 162, c. 3, c.c. le convenzioni matrimoniali possono essere stipulate in ogni tempo. È ammessa la stipula di dette convenzioni anche prima delle nozze, benché la loro efficacia resti in ogni caso subordinata alla celebrazione del matrimonio. Le convenzioni matrimoniali possono essere altresì modificate dai coniugi durante il matrimonio, non essendo più necessaria, a seguito dell’entrata in vigore della l. 10.4.1981, n. 142, una preventiva autorizzazione del giudice al loro mutamento, a suo tempo prevista dall’art. 162, c. 3. Resta ferma, invece, la necessità del “consenso di tutte le persone che sono state parti nelle convenzioni medesime, o dei loro eredi”, ex art. 163, c. 1, c.c.

Ad oggi, la necessità di preventiva autorizzazione giudiziale residua per il mutamento, dopo la celebrazione del matrimonio, delle sole convenzioni già stipulate per atto pubblico anteriormente all’entrata in vigore della l. 10.4.1981, n. 142 (cfr. art. 2). Ai fini di detta autorizzazione è competente il Tribunale ordinario del luogo di residenza dei coniugi, il quale è chiamato a decidere con rito camerale disciplinato dagli artt. 737 s. c.p.c. (v. art. 38 disp. att. c.c. e art. 742-bis c.p.c.).

Pubblicità e opponibilità delle convenzioni matrimoniali

Le convenzioni matrimoniali, così come le loro eventuali modifiche, sono soggette ad annotazione a cura dell’ufficiale di stato civile a margine dell’atto di matrimonio ai fini della loro opponibilità ai terzi. A norma dell’art. 162, c. 4, c.c., precisamente, le convenzioni matrimoniali non possono essere opposte ai terzi quando a margine dell’atto di matrimonio non risultano annotati la data del contratto, il notaio rogante e le generalità dei contraenti, ovvero la scelta del regime di separazione dei beni. Detta disposizione deve essere letta congiuntamente agli artt. 2647 e 2685 c.c., che prevedono, per le ipotesi in cui le convenzioni matrimoniali abbiano ad oggetto beni immobili o beni mobili registrati, la trascrizione della costituzione del fondo patrimoniale, delle convenzioni che escludono la comunione fra coniugi, degli atti e dei provvedimenti di scioglimento della comunione, degli atti di acquisto di beni personali, a carico rispettivamente dei coniugi titolari del fondo patrimoniale o del coniuge titolare del bene escluso o che cessa di appartenere alla comunione.

La riforma del diritto di famiglia del 1975 ha soppresso, e non adeguato al nuovo ventaglio normativo, l’originario comma 4 dell’art. 2647 c.c., il quale prevedeva l’inopponibilità ai terzi dell’istituzione della dote, del vincolo derivante dalla comunione e dalla costituzione del patrimonio familiare, fintantoché i relativi atti costitutivi non fossero trascritti.