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Impugnazione del riconoscimento

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Impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità

Il riconoscimento del figlio è irrevocabile ex art. 256 c.c., ma può essere impugnato per difetto di veridicità mediante gli ordinari mezzi di prova previsti per le altre azioni di stato, quando il contenuto della dichiarazione non corrisponda alla verità biologica del rapporto filiale, sia pure nei limiti soggettivi e temporali di cui alla norma in commento.

La giurisprudenza ha ormai chiarito che la legittimazione attiva all’impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità spetta a chiunque vanti un interesse “apprezzabile e attuale”, che – ratione materiae – potrà essere di tipo patrimoniale o anche solo morale. Il rimedio in parola si ispira, ex art. 264 c.c., al principio del favor veritatis e, in tale prospettiva, può essere validamente utilizzato nei termini di legge anche dal soggetto che, in mala fede, abbia eseguito il riconoscimento non veritiero, salve le possibili diverse conseguenze per l’autore del falso.

L’impugnazione deve essere fondata su una prova certa della falsità della dichiarazione concernente il rapporto di filiazione. Poiché la peculiare situazione soggettiva in parola non è in alcun modo disponibile, in ossequio al già richiamato favor veritatis, sono escluse dal novero dei mezzi di prova utilizzabili a tal fine, sia la confessione, sia il giuramento, laddove la prova del fatto può essere fornita con qualsiasi altro mezzo anche presuntivo. Il mezzo di prova che ha carattere dirimente rimane pur sempre l’esame del DNA, che è ammesso unicamente con il consenso dell’esaminando, il cui rifiuto potrà essere liberamente valutato dal giudice.

Il d.lgs. n. 154/2013 ha chiaramente voluto disciplinare la materia in parola avendo riguardo principalmente alla tutela del figlio e all’interesse del minore. Anche per tale ragione l’impugnazione del riconoscimento è imprescrittibile solo per colui che sia stato riconosciuto e abbia interesse all’accertamento della verità. Sotto tale profilo, nella versione attuale dell’articolo in commento è risultata attenuata la ratio del favor veritatis a vantaggio della stabilità e certezza nelle relazioni familiari, invero l’autore del riconoscimento può impugnare il proprio atto entro un anno dalla data in cui il riconoscimento è stato annotato sull’atto di nascita. In tal modo, si vuole eliminare il perdurare di una situazione di incertezza circa lo status di figlio.

È stato inoltre previsto un caso speciale di impugnazione per errore del dichiarante concernente l’ignoranza dello stato di impotenza del presunto padre al momento del concepimento, che rappresenta un’indubbia ipotesi di falsità del riconoscimento. Ove venga provata la predetta ignoranza, il dies a quo per l’impugnazione deve essere posticipato al giorno dell’effettiva conoscenza dello stato di impotenza. Tuttavia, tale estensione del termine di decadenza di un anno non può comunque eccedere il termine di prescrizione fissato in cinque anni anche per tutti gli altri legittimati all’impugnazione, sempre nell’intento di conferire certezza e stabilità ai rapporti di filiazione.

Impugnazione da parte del figlio minore

La novità di maggiore rilevanza introdotta dalla novella del 2013 è rappresentata dal potere generalmente riconosciuto al minore ultra quattordicenne di impugnare il riconoscimento attraverso un curatore speciale nominato dal giudice, previa assunzione di sommarie informazioni. La nomina del curatore può anche essere richiesta anche dal Pubblico ministero o dall’altro genitore che abbia validamente effettuato il riconoscimento, sino a quando il figlio non abbia compiuto i quattordici anni. La norma in commento è stata opportunamente coordinata con la nuova formulazione dell’art. 250 c.c., che subordina l’efficacia del riconoscimento all’assenso del minore ultraquattordicenne, mostrando così una maggiore attenzione del legislatore per la rilevanza da attribuire alla volontà del minore in subiecta materia.

Impugnazione per violenza

L’ipotesi di impugnazione del riconoscimento del figlio per violenza non è stata modificata dalla novella introdotta con il d.lgs. n. 154/2013.

Permane, pertanto, tale facoltà in capo al soggetto la cui volontà sia stata viziata da violenza, nella prospettiva di garantire il libero procedimento di formazione della volontà del dichiarante e, nel contempo, di privare di efficacia gli atti di violenza di per se stessi antigiuridici.

Secondo la giurisprudenza prevalente l’impugnazione per violenza è, dunque, ammissibile anche nel caso in cui il riconoscimento sia veritiero, in quanto la dichiarazione in parola deve essere comunque il risultato di un libero convincimento del suo autore. L’impugnazione per violenza è consentita entro un anno dal giorno in cui la violenza è cessata. Tuttavia la norma prevede che, ove la violenza sia stata pratica al fine di viziare la volontà di un minore, l’azione possa esser promossa entro un anno dal giorno in cui egli consegua la maggiore età.

Il concetto di violenza è sostanzialmente assimilabile a quello contenuto negli artt. 1434 ss. c.c., che si possono applicare in via interpretativa al caso di specie.