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Effetti patrimoniali delle unioni registrate negli Stati membri

Indice

Il valore riconosciuto agli atti pubblici

Il legislatore europeo riconosce ai fini della accettazione e circolazione nello spazio europeo particolare valenza agli atti pubblici, e non anche ad altri tipi di documenti, in ragione delle caratteristiche proprie di questo tipo di atti, la cui presunzione di validità e valenza trae origine dalla persona a cui lo Stato ha attribuito l’autorità di redigerlo rispettando determinate formalità. È atto pubblico a norma dell’art. 3.1, lett. c) del presente regolamento qualsiasi documento in materia di regime patrimoniale tra coniugi che sia stato formalmente redatto o registrato come atto pubblico in uno Stato membro e la cui autenticità riguardi la firma e il contenuto dell’atto e sia stata attestata da un’autorità pubblica o altra autorità a tal fine autorizzata dallo Stato membro d’origine. Si tratta di una definizione già nota nel contesto dei regolamenti europei perché adottata da precedenti regolamenti quali il reg. CE 805/2004 che istituisce il titolo esecutivo europeo, il reg. CE 4/2009 sulle obbligazioni alimentari e il reg. CE 650/2012 sulle successioni internazionali, che a loro volta hanno fatto propri i criteri fissati nella sentenza della CGCE 17.6.1999, C-260/97, Unibank A/S c. Christensen, R. 1999, I-3715.

Questione dibattuta è la qualificazione di “autorità pubblica”, dal momento che è necessario il suo intervento perché l’atto pubblico sia considerato esecutivo. Deve trattarsi di un’autorità pubblica autorizzata a tal fine, come il notaio, ma non si può non rilevare che esistono sistemi giuridici europei dove non c’è il notaio e che, comunque, esistono differenze rilevanti nel notariato europeo.

Questione particolarmente controversa avrebbe potuto riguardare gli accordi di negoziazione assistita in materia di separazione dei coniugi, scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio o modifica degli stessi (introdotti in Italia dal d.l. 12.9.2014, n. 132, artt. 2-12), ove, al fine di assicurare ai medesimi adeguato riconoscimento e esecutività nello spazio europeo, fosse stato necessario riconoscergli valenza di atto pubblico. La convenzione di negoziazione assistita da uno o più avvocati (art. 6, d.l. 132/2014) non appare, infatti, riconducibile all’atto pubblico che, essendo a norma dell’art. 2699 c.c. “il documento redatto con le dovute formalità da un notaio o da altro pubblico ufficiale autorizzato ad attribuirgli pubblica fede nel luogo dove l’atto è stato formato”, fonda la sua autorità sulla competenza di colui che lo forma. Sebbene nell’ambito della negoziazione assistita agli avvocati vengano riconosciuti poteri assimilabili a quelli di un pubblico ufficiale (ad esempio il potere di certificare l’autografia delle firme e la conformità dell’accordo all’ordine pubblico), non si può trascurare come il dettato dell’art. 5, c. 3 della stessa legge, dopo aver affermato che l’accordo di negoziazione costituisce titolo esecutivo e per l’iscrizione di ipoteca giudiziale, prevede che nei casi in cui vi sia necessità della trascrizione, il relativo processo verbale debba essere autenticato da un pubblico ufficiale, con ciò implicitamente escludendo il riconoscimento di una tale funzione agli avvocati redigenti. La questione può, tuttavia, dirsi risolta in ragione della scelta operata dallo Stato italiano di riconoscere agli accordi di negoziazione assistita in materia di separazione dei coniugi, scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio o modifica degli stessi (introdotti in Italia dal d.l. 12.9.2014, n. 132, artt. 2-12) la natura di transazione giudiziaria, avendo comunicato alla Commissione europea (ex art. 65, par. 1 del regolamento), che “ai fini dell’art. 3, par. 2, sono autorità giurisdizionali anche gli Avvocati, allorché esercitano le loro funzioni nel regime di negoziazione assistita, ex art. 6, d.l. n. 132/2014 e gli ufficiali di stato civile, allorché esercitano le loro funzioni nel regime di semplificazione previsto dall’art. 12, d.l. n. 132/2014”

Limiti al riconoscimento: l’ordine pubblico

La Legge pone un limite alla accettazione dell’atto pubblico, legato alla possibilità che gli effetti da esso prodotti si palesino in contrasto manifesto con l’ordine pubblico dello Stato richiesto. Come precisato al Considerando 54 del regolamento (per il reg. UE n. 2016/1104 il Considerando è il 53), tuttavia, “alle autorità giurisdizionali o alle altre autorità competenti non dovrebbe essere consentito del avvalersi dell’eccezione di ordine pubblico per disattendere la legge di un altro Stato ovvero per rifiutare di riconoscere – o, se del caso, accettare – o eseguire una decisione, un atto pubblico o una transazione giudiziaria emessi in un altro Stato membro, qualora ciò avvenisse in violazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (la ‘Carta’), in particolare del suo art. 21 sul principio di non discriminazione”.

Al fine di facilitare l’accettazione degli atti pubblici anche sul piano pratico, chi intende utilizzare un atto pubblico in un altro Stato membro può chiedere all’autorità che lo ha redatto di “compilare il modulo elaborato secondo la procedura consultiva di cui all’articolo 67, paragrafo 2”, precisando in esso anche “quali sono gli effetti probatori che l’atto pubblico ha nello Stato membro d’origine”. Per facilitare la presentazione della domanda le istituzioni comunitarie, seguendo la procedura consultiva di cui all’art. 4 del reg. n. 182/2011/UE, hanno predisposto un apposito modulo contenuto nel reg. di esecuzione UE n. 1135/2018, modulo figurante all’allegato II del citato regolamento di esecuzione (per il reg. UE n. 2016/1104 il reg. di esecuzione UE è il n. 1190/2018).

Esecutività degli atti pubblici

L’atto pubblico esecutivo nello Stato membro d’origine (partecipante) sarà dichiarato esecutivo in un altro Stato membro (partecipante), su istanza della parte interessata, secondo la procedura prevista per il rilascio della dichiarazione di esecutività di una decisione straniera, di cui agli articoli da 44 a 57. Tale regola si applica anche all’esecuzione di transazioni giudiziarie.

Rimane necessario, come per le decisioni giudiziarie, l’exequatur, cioè la necessità di un conferimento (e non già mero riconoscimento) dell’efficacia esecutiva da parte dello Stato richiesto. La scelta di non attuare un regime di circolazione delle decisioni, nonché degli atti pubblici e transazioni, che prescinda dalla procedura di exequatur – scelta accolta nel reg. n. 1215/2012/UE – è giustificata sia dalla materia trattata, sottratta alla competenza normativa sostanziale dell’Unione Europea, sia dalla esigenza di “proteggere” i terzi che entrino in contatto con i coniugi dagli effetti inattesi di un regime patrimoniale estraneo.

L’unico possibile motivo di rifiuto o revoca che l’autorità giurisdizionale dinnanzi alla quale si propone ricorso, ai sensi dell’art. 49 e dell’art. 50 del regolamento, contro la decisione relativa alla domanda volta ad ottenere una dichiarazione di esecutività o l’impugnazione della decisione emessa sul ricorso alla richiesta esecutività di atti pubblici e transazioni giudiziarie, può prendere in considerazione è la contrarietà dell’esecuzione all’ordine pubblico dello Stato membro (artt. 59.3 e 60.3).