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Divisione dei beni della comunione

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Divisione dei beni della comunione

Lo scioglimento della comunione determina una situazione di comunione ordinaria relativamente alla proprietà e agli altri diritti di cui i coniugi sono divenuti contitolari, ciò comportando l’insorgere in capo a ciascuno dei contitolari del diritto di divisione. La divisione può essere consensuale, attraverso un accordo, o giudiziale. L’opponibilità ai terzi della divisione resta poi subordinata all’osservanza delle norme sulla pubblicità. Se abbia per oggetto beni immobili o mobili iscritti in pubblici registri, l’atto va trascritto a carico dei condividenti e a favore dell’assegnatario. Il coniuge, che in seguito alla divisione resta nel possesso esclusivo dei beni fruttiferi già appartenenti alla comunione legale, è tenuto secondo i principi generali al pagamento, in favore dell’altro coniuge, del corrispettivo pro quota di tale godimento.

Ai sensi dell’art. 194 del Codice Civile, la divisione presuppone la formazione della massa del patrimonio, identificata nell’attivo e nel passivo che devono essere ripartiti in parti uguali, prescindendo dalla misura della partecipazione di ognuno dei coniugi agli esborsi necessari per l’acquisto dei beni divenuti oggetto di comunione.

A tutela della prole, il legislatore ha previsto al secondo comma del richiamato articolo un’ipotesi di usufrutto giudiziale, che trova titolo costitutivo in un provvedimento del giudice. La competenza per materia spetta al Tribunale per i minorenni ex art. 38 disp. att. e legittimato attivo è il coniuge affidatario della prole.

Prelevamento di beni mobili e limitazioni

L’art. 195 del Codice Civile consente ai coniugi, o ai loro eredi, il diritto di prelevare i beni mobili che appartenevano a loro prima della comunione o che sono ad essi pervenuti durante la comunione per effetto di successione o donazione.

Qualora i beni di proprietà esclusiva non possano essere prelevati, il successivo art. 196 del Codice Civile attribuisce ai rispettivi titolari il diritto di credito di ripeterne il valore, salvo che la mancanza di quei beni sia dovuta a consumazione per uso o perimento o per altra causa non imputabile all’altro coniuge.

Nei confronti dei terzi, l’art. 197 del Codice Civile impone che il prelevamento non possa essere effettuato nel caso in cui la proprietà individuale dei beni non risulti da un atto avente data certa.

Nel caso in cui il coniuge abbia provato la natura personale del bene ma non abbia la disponibilità di un atto avente data certa che gli consenta di prelevare il bene dal terzo, è fatto salvo allo stesso coniuge o ai suoi eredi il diritto di regresso sopra i beni della comunione spettanti all’altro coniuge e sugli altri beni personali di quest’ultimo. Il diritto di regresso può essere esercitato per l’intero, nel caso in cui il debito che ha condotto all’escussione del bene da parte dei terzi traeva origine da un’obbligazione personale dell’altro coniuge e per metà, nell’ipotesi in cui l’obbligazione fosse comune.