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Disconoscimento di paternità

Indice

Cos’è l’azione di disconoscimento?

L’azione di disconoscimento della paternità ha la finalità di accertare che il presunto figlio è stato concepito da una persona diversa dal marito della madre. Tale azione permette di superare la presunzione legale di paternità, in base alla quale chi è nato o concepito in costanza di matrimonio si presume figlio del marito della madre (art. 231 c.c.)

Il legislatore con l’art. 243-bis c.c. ha ridisegnato la disciplina dell’azione di disconoscimento della paternità, disponendo l’eliminazione delle condizioni di ammissibilità per l’esercizio dell’azione, previste dall’art. 235, c. 1, ai nn. 1), 2) e 3), c.c.

In base a tale articolo l’esercizio dell’azione di disconoscimento era consentito solamente in presenza di una serie di condizioni, che dovevano essersi verificate nell’arco di tempo compreso tra il trecentesimo e il centottantesimo giorno prima della nascita: la mancata coabitazione dei coniugi; l’impotenza anche solo di generare del marito; l’adulterio della moglie o il celamento della gravidanza e della nascita. In queste ultime ipotesi, previste al n. 3), il marito poteva dimostrare che il figlio presentava caratteristiche genetiche o ematiche incompatibili con le proprie o ogni altro fatto tendente ad escludere la paternità.

La previsione di cui al n. 3) dell’art. 235, c. 1, c.c., era stata dichiarata costituzionalmente illegittima dalla sentenza 6.7.2006, n. 266, nella parte in cui subordinava l’accesso alle prove genetiche ed ematiche da parte del marito alla previa dimostrazione dell’adulterio della moglie. Secondo i Giudici l’applicazione della norma nel diritto vivente presentava profili di irragionevolezza, data l’irrilevanza dell’adulterio ai fini dell’esclusione della paternità e l’elevata attendibilità delle prove tecniche di tipo genetico ed ematico.

Al contempo tale vincolo probatorio determinava un vero e proprio impedimento all’esercizio del diritto di azione, previsto dall’art. 24 Cost. La sentenza della Corte costituzionale n. 266/2006 aveva, quindi, rimosso di fatto l’impianto casistico di cui all’abrogato art. 235, c. 1, nn. 1), 2) e 3), c.c. Seguendo le conclusioni dei giudici costituzionali, la giurisprudenza di legittimità, in base ad una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 235 c.c., aveva ammesso il libero esperimento delle prove tecniche in caso di celamento di gravidanza e di impotenza anche solo di generare del marito.

L’art. 243-bis c.c. introdotto ex novo dalla riforma della filiazione ha preso atto della pronuncia costituzionale suddetta, rendendo l’azione di disconoscimento della paternità liberamente esperibile, salvo le ipotesi di decadenza. Ciò trova conferma nella previsione di cui al secondo c. dell’articolo in esame, secondo cui chi esercita l’azione è ammesso a provare che non sussiste rapporto di filiazione tra il figlio e il presunto padre.

La procedura di disconoscimento e i presupposti

L’azione di disconoscimento della paternità ha natura costitutiva essendo finalizzata alla pronuncia di una sentenza avente efficacia retroattiva e produttiva di una situazione giuridica diversa rispetto a quella preesistente (con la conseguente eliminazione dello stato di figlio legittimo).

I presupposti dell’azione sono stati individuati nella nascita del figlio (precisandosi peraltro in dottrina che l’improponibilità della domanda dovrebbe essere pronunciata solo laddove la nascita non sia ancora avvenuta al momento dell’emissione della sentenza) e nell’esistenza di un titolo di stato di figlio nato nel matrimonio. Sotto tale ultimo profilo è necessario si sia formato l’atto di nascita, ovvero che sussista il possesso di stato.

L’azione di disconoscimento della paternità costituisce l’unica via per contestare la legittimità del figlio da presumersi nato in costanza di matrimonio, posto che l’azione di contestazione della legittimità non ha lo scopo di rimuovere un’attribuzione legale di paternità, limitandosi ad accertare la mancanza dei presupposti che ne permettono l’attribuzione (dando luogo quindi ad un’azione di mero accertamento).

Gli effetti del disconoscimento

La sentenza di accoglimento della domanda travolge con effetti retroattivi (anche se la giurisprudenza di merito ne ha talvolta sostenuto l’efficacia non retroattiva) lo stato di figlio legittimo del soggetto disconosciuto. La giurisprudenza ha anche statuito che il giudice deve disporre la correzione dell’atto di nascita anche a prescindere dall’esistenza di una specifica istanza in tal senso ad opera delle parti.

La sentenza di rigetto della domanda, una volta passata in giudicato, preclude la proposizione di una nuova domanda pure nell’ipotesi in cui la contestazione della paternità si fondi su un fatto tipico diverso rispetto a quello in precedenza invocato.