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Comunione legale dei beni

Indice

Natura e oggetto

L’attuale regime legale è la comunione dei beni, al fine di valorizzare il principio di solidarietà e uguaglianza nel matrimonio mirando a equiparare e riequilibrare le fortune economiche dei coniugi e a consentire una uguale partecipazione alle ricchezze prodotte durante il matrimonio.

La comunione legale non è un regime obbligatorio, ben potendo i coniugi optare per il regime di separazione dei beni.

I beni dei coniugi in regime di comunione legale possono essere distinti in tre masse:

1) beni della c.d. comunione immediata, poiché cadono in comunione al momento del loro acquisto;

2) beni della c.d. comunione de residuo, che costituiscono oggetto della comunione solo se sussistono al momento dello scioglimento della stessa;

3) beni personali che non cadono in comunione.

Si tratta pertanto di una comunione degli acquisti, la cui regola generale stabilisce che cadono in comunione (immediata) gli acquisti compiuti dai due coniugi sia insieme che separatamente, ad eccezione di quelli relativi a beni personali. Per effetto di tale norma l’acquisto di un bene da parte di un coniuge determina automaticamente la contitolarità di esso in capo a entrambi gli sposi.

La comunione legalenon deve essere confusa con la comunione ordinaria, poiché, a differenza di quest’ultima, è una comunione senza quote. Non solo, mentre nella comunione ordinaria ciascun comunista può disporre liberamente della propria quota, le quote della comunione legale sono inalienabili, fatta salva la possibilità di trasferire l’intero bene della comunione legale nei limiti di quanto previsto all’art. 184 del Codice Civile, posto che la ratio della comunione legale sta nell’esigenza di tutelare non la proprietà individuale bensì la famiglia

Comunione de residuo

La comunione de residuo concerne beni che si considerano in comunione solo se sussistono al momento dello scioglimento di essa. In particolare, ai sensi dell’art. 177, c. 1, lett. b) e c) del Codice Civile, costituiscono oggetto della comunione de residuo “i frutti dei beni propri di ciascuno dei coniugi” ed “i proventi dell’attività separata di ciascuno dei coniugi”. I frutti comprendono sia quelli naturali sia quelli civili; i proventi sono i guadagni derivanti da lavoro autonomo, dipendente o imprenditoriale. In comunione de residuo cadono altresì i beni destinati all’esercizio dell’impresa di uno dei coniugi, costituita dopo il matrimonio, nonché gli incrementi dell’impresa costituita anche precedentemente.

Beni personali

La comunione legale non riguarda tutti i beni dei coniugi; infatti, ne rimangono esclusi i beni personali indicati dall’art. 179 del Codice Civile. La ragione è in parte riconducibile al fatto di non limitare la libertà di autodeterminazione di ciascun coniuge nella sua sfera personale e patrimoniale e in parte al fatto che gli acquisti ivi contemplati non avvengono mediante i risparmi realizzati durante il matrimonio o, comunque, con l’apporto dell’altro coniuge.

I beni personali, esclusi dalla comunione legale, sono:

a) i beni di cui, prima del matrimonio, il coniuge era proprietario o rispetto ai quali era titolare di un diritto reale di godimento.

b) i beni acquisiti successivamente al matrimonio per effetto di donazione o successione, quando nell’atto di liberalità o nel testamento non è specificato che essi sono attribuiti alla comunione.

c) i beni di uso strettamente personale di ciascun coniuge ed i loro accessori. Si segnala che vi sono orientamenti che tendono ad includervi anche quei beni che di fatto sono utilizzati solo da un coniuge, anche se potenzialmente potrebbero essere utilizzati da entrambi, come per esempio gli strumenti musicali o gli autoveicoli;

d) i beni che servono all’esercizio della professione del coniuge, tranne quelli destinati alla conduzione di un’azienda facente parte della comunione.

e) i beni ottenuti a titolo di risarcimento del danno nonché la pensione attinente alla perdita parziale o totale della capacità lavorativa.

f) i beni acquisiti con il prezzo del trasferimento dei beni personali sopraelencati o col loro scambio, purché ciò sia espressamente dichiarato all’atto dell’acquisto. Affinché i beni acquistati non ricadano in comunione, il legislatore richiede, altresì, una dichiarazione da parte del coniuge acquirente avente natura ricognitiva e il cui contenuto, pur senza richiamare espressamente i beni surrogati o alienati, deve affermare il carattere personale dell’acquisto.

Amministrazione dei beni della comunione legale

Come già esposto, anche la disciplina dell’amministrazione dei beni in comunione legale è espressione del principio di parità tra i coniugi e individua un nucleo di regole per la gestione dei beni in comune, da integrarsi per quanto non espressamente previsto con le norme sulla comunione ordinaria, in quanto compatibili. Ai sensi dell’art. 180 del Codice Civile, gli atti di ordinaria amministrazione, concernenti i beni della comunione e la rappresentanza in giudizio per gli atti ad essa relativi, possono essere compiuti disgiuntamente dai coniugi; gli atti di straordinaria amministrazione e la stipulazione di contratti con cui si concedono oppure si acquistano diritti personali di godimento, nonché la rappresentanza in giudizio per le relative azioni devono, invece, essere compiuti congiuntamente dai coniugi. Come indicato dall’art. 210 del Codice Civile, si tratta di disposizioni inderogabili, sicché, in sede di modifiche convenzionali alla comunione legale dei beni, tali regole non possono essere oggetto di diversa pattuizione da parte dei coniugi.

Qualora uno dei coniugi si rifiuti di prestare il proprio consenso per la stipulazione di un atto che deve essere compiuto congiuntamente dai coniugi, l’altro coniuge, ai sensi dell’art. 181 del Codice Civile, ha la possibilità di rivolgersi al giudice al fine di ottenere l’autorizzazione alla stipulazione, se essa è necessaria nell’interesse della famiglia o dell’azienda che fa parte della comunione. Discussa è l’ammissibilità di una autorizzazione successiva al compimento dell’atto. In alcune ipotesi l’amministrazione può essere affidata a un solo coniuge; in particolare, ai sensi dell’art. 182 del Codice Civile, nel caso in cui un coniuge si trovi lontano o sia altrimenti impedito – in mancanza di procura risultante da atto pubblico o scrittura privata autenticata – l’altro coniuge, previa autorizzazione del giudice e con le eventuali cautele stabilite da quest’ultimo, può compiere gli atti necessari in relazione ai quali è richiesto il consenso di entrambi i coniugi.