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Adozione del maggiorenne

Indice

L’adozione dei maggiori d’età: inquadramento funzionale e presupposti

L’adozione di persone maggiori di età, detta anche “adozione dei maggiorenni” o, in misura minore, “adozione civile”, si distingue nettamente dall’adozione di minori di età, non solo perché è diverso il fondamento normativo, e la relativa disciplina di legge, e diversi sono i presupposti, ma anche per le diverse esigenze sociali che stanno alla base di questi due istituti, benché in alcune ipotesi – come si dirà – questa differenza teleologica sembra affievolirsi.

Alle origini dell’attuale codice civile del 1942, nel nostro ordinamento era prevista un’unica figura di adozione per la quale – a differenza di quanto in precedenza stabilito dal codice civile del 1865 – non era fissata una età minima dell’adottando (che nel cod. civ. del 1865 era invece di diciotto anni), sicché potevano essere adottati anche bambini ed infanti ove vi fosse il consenso dell’esercente la potestà, o comunque del legale rappresentante, oltre che, chiaramente, dell’adottante.

Ciò si spiegava con il fatto che a seguito dell’adozione il minore adottato non perdeva, qualora l’avesse avuto, lo status di figlio (come peraltro avveniva sotto il vigore del cod. civ. del 1865 anche per gli adottati ultradiciottenni non ancora maggiorenni), la qual cosa appariva del tutto logica anche in termini generali, atteso che l’adozione non costituiva all’epoca uno strumento di assistenza dell’infanzia abbandonata, per la quale trovavano applicazione istituti diversi.

Con la l. n. 431/1967 il quadro normativo dell’adozione è destinato a cambiare radicalmente e definitivamente: oltre alla modifica di alcune disposizioni codicistiche, è introdotto nel Titolo VIII del Libro I del codice civile (cioè nel titolo denominato “Dell’adozione”) un intero nuovo capo (il capo III) denominato “Dell’adozione speciale”; nuova figura, questa, dedicata alla adozione dei bambini minori di otto anni, sul presupposto, del tutto innovativo, della situazione di abbandono in cui essi versano. Le figure di adozione diventano quindi due:

  1. l’adozione speciale, applicabile ai minori di otto anni e avente efficacia legittimante (art. 314/26 c.c., oggi abrogato), che presuppone la situazione di abbandono e la preventiva dichiarazione dello stato di adottabilità;
  2. l’adozione ordinaria, disciplinata dagli artt. 291 ss. c.c., che si applica ai maggiorenni e ai minorenni dagli otto anni in su, che non è diretta, in sé, a trovare una famiglia sostitutiva all’adottato e che non produce effetti legittimanti.

Con l’entrata in vigore della l. n. 184/1983 il sistema dell’adozione cambia ulteriormente: viene abrogata l’adozione speciale e i minorenni sono sottoposti a un’unica disciplina normativa, dettata dalla stessa l. n. 184/1983, in base alla quale (con le “eccezioni” di cui all’art. 44) l’adozione è pronunciata sul presupposto dell’accertamento di una situazione di abbandono e produce effetti legittimanti. L’adozione “ordinaria” diviene, dunque, applicabile ai soli maggiori di età, per cui non si pone neanche astrattamente un problema di abbandono dell’adottato, e rimane sempre priva di effetti legittimanti. Le due figure di adozione vengono così definite, anche sul piano terminologico, in relazione al diverso campo di applicazione: come “adozione dei minorenni” quella disciplinata dalla l. 184/1983, e “adozione dei maggiorenni” quella disciplinata dagli artt. 291 ss. c.c.

Adozione dei maggiorenni: la normativa attuale

Allo stato attuale si può dire, in estrema sintesi, che le due figure di adozione operano in base a due impianti normativi tra loro autonomi, pur con qualche difetto di coordinamento, e nella prospettiva del perseguimento di fini differenti, benché anche dal punto di vista teleologico – come si vedrà nel sottocapo che segue – si possono notare fenomeni di un relativo “avvicinamento”.

Come si è accennato, la ratio della adozione disciplinata dal codice civile, già nel periodo in cui era applicabile anche ai minorenni, e a maggior ragione dopo l’entrata in vigore della l. n. 184/1983, quando è divenuta “adozione di maggiorenni”, non è mai stata, e non è neanche adesso, quella di dotare l’adottato di una famiglia sostitutiva.

Essa invece presenta il precipuo fine di assicurare a colui che sia privo di una discendenza, la trasmissione del nome e del patrimonio, con una decisa prevalenza, pertanto, di scopi di tipo patrimoniale e successorio su quelli di carattere personale.

Tuttavia, si avvertiva comunemente, sin dalle origini, come anche esigenze di ordine personale e affettivo trovassero risposta nell’adozione, che in tal modo partecipava, benché indirettamente, all’assetto e al consolidamento di nuclei familiari. Ciò accadeva non solo in molteplici ipotesi di adozione di minorenni, ma in generale quando tra adottante e adottato vi fosse un pregresso rapporto di affetto e familiarità oltre che, in taluni casi, di convivenza. Questa esigenza non è venuta a mancare quando l’adozione “codicistica” ha limitato il suo ambito di operatività ai maggiorenni; in quest’ambito ha assunto uno specifico rilievo il caso di adozione da parte di un coniuge del figlio maggiorenne dell’altro coniuge. Questa ulteriore funzione – di “ricomposizione familiare” – svolta dall’adozione di maggiorenni assume una notevole rilevanza sul piano applicativo. Infatti, benché in motivazione non si faccia leva in maniera espressa su un siffatto presupposto teleologico, se non con un contenuto riferimento a interessi “sotto l’aspetto morale”, la giurisprudenza costituzionale ha avuto modo di rimuovere o affievolire più agevolmente alcuni limiti che impedivano il raggiungimento dei fini familiari e solidaristici.

La rilevanza della differenza di età tra adottato maggiorenne e adottante

In questa linea, si riscontra in alcune pronunce di legittimità e di merito il superamento della differenza di età tra adottante e adottato e ciò al fine di realizzare “l’unità familiare”. La dottrina, infine, ha rilevato come l’adozione di un maggiorenne appare perfettamente lecita nel momento in cui è diretta a realizzare gli interessi solidaristici appena esposti, ma viceversa deve essere considerata come illecita, in quanto riconducibile a un abuso dell’adozione, quando il fine sia estraneo alle funzioni patrimoniali e solidaristiche sopra indicate: si è ritenuto sussistente un abuso dell’adozione quando essa diretta a ottenere o facilitare l’acquisto della cittadinanza italiana.

L’art. 291 c.c. stabilisce, come presupposto per l’adozione di maggiorenni, che l’adottante non abbia “discendenti”. Prima della riforma della filiazione di cui alla l. n. 219/2012, la norma faceva riferimento a “discendenti legittimi e legittimati”. La disposizione si spiegava con l’originaria ratio dell’adozione “ordinaria”, della quale una delle funzioni era quella di creare una linea successoria tra l’adottato e l’adottante, sul presupposto che quest’ultimo fosse privo di legittimari in linea retta. In base alla formula di legge, rimasta invariata sino alla entrata in vigore della richiamata l. n. 2189/2012, l’adozione non era quindi condizionata dalla presenza di discendenti “naturali”, per cui, mentre in presenza di figli legittimi o legittimati non si sarebbe potuto far luogo alla adozione, ciò sarebbe stato invece ammissibile in presenza di figli naturali.

È evidente l’incongruità di un tale assetto sistematico rispetto alla ratio sopra enunciata, dato che anche i figli naturali (e i discendenti, nel caso in cui non volessero o non potessero accettare l’eredità) erano divenuti legittimari; ed è di conseguenza evidente anche il trattamento discriminatorio a cui erano sottoposti i figli naturali rispetto a quelli legittimi. Il quadro normativo ebbe modo di mutare dopo la sentenza della C Cost. 19.5.1988, n. 557, ma sempre in chiave discriminatoria tra i discendenti legittimi (compresi i legittimati) e quelli naturali. Infatti, con detta sentenza venne dichiarato incostituzionale l’art. 291 c.c. nella parte in cui non consentiva al figlio legittimo “maggiore di età” di manifestare il proprio consenso all’adozione (secondo la terminologia codicistica si tratterebbe di “assenso”, provenendo da un soggetto estraneo al costituendo rapporto adottivo), mentre niente era previsto per il figlio naturale, il cui consenso quindi non era richiesto per l’ammissibilità dell’adozione.

Ancora, con la sentenza interpretativa di rigetto 20.7.1992, n. 345, la Corte Costituzionale stabilì che nel caso in cui il figlio legittimo fosse incapace, alla mancanza del consenso ben poteva sopperire una valutazione del giudice circa l’interesse dell’adottando all’adozione, ai sensi dell’art. 297, u.c., c.c. Ma anche in questo caso il figlio naturale rimaneva fuori dalla disposizione, motivo per cui qualora l’adottante avesse avuto dei discendenti naturali (riconosciuti) incapaci, la mancanza di un valido consenso all’adozione sarebbe stata del tutto irrilevante, perpetuandosi in tal modo la discriminazione.

Solo con la sentenza della C Cost. 20.7.2004, n. 245 questa impostazione discriminatoria venne eliminata, mediante la dichiarazione di incostituzionalità, per violazione dell’art. 3 Cost., dell’art. 291 c.c. nella parte in cui non prevedeva il consenso all’adozione anche dei figli naturali dell’adottante. La parità di trattamento normativo tra i discendenti legittimi e quelli naturali dell’adottante, raggiunta mediante l’intervento della Corte Costituzionale, ha oggi trovato riscontro a livello di diritto positivo – come si è detto – in base alla l. n. 219/2012, che tra l’altro (art. 1, c. 7) ha modificato l’art. 315 c.c. sancendo l’unicità dello stato di figlio.

Presenza di figli minori dell’adottante

Diverso è il problema relativo alla presenza di figli minori dell’adottante (“matrimoniali” o “non matrimoniali riconosciuti” è oggi irrilevante). Infatti, in base alla citata sentenza della C Cost. 19.5.1988, n. 557, i figli dell’adottante a cui è riconosciuto il diritto di manifestare il consenso atto a rimuovere l’impedimento all’adozione, devono essere maggiorenni. In questo modo, come è evidente, l’adozione ordinaria è impedita quando l’adottante abbia figli minorenni, dovendo gli stessi diventare maggiorenni per poter esprimere il loro eventuale consenso. E ciò in ogni caso, quando anche si riconosca la loro capacità di discernere. Questa estrema rigidità del sistema ha determinato la contrapposizione di due orientamenti giurisprudenziali. Si registra, infatti, per un verso un orientamento che, assumendo la necessità di una valutazione degli interessi (anche) del minore, e nella prospettiva del principio – che in dottrina è stato ritenuto di rilievo costituzionale – di “unità familiare”, ha ritenuto che anche in presenza di figli minorenni dell’adottante, si possa far luogo all’adozione del maggiorenne, se ciò risulta vantaggioso per il figlio minorenne e comporta il consolidamento del nucleo familiare.

Due sono, al proposito, i precedenti di legittimità e in entrambi i casi si trattava dell’adozione del figlio maggiorenne dell’altro coniuge, che pure era fratello unilaterale del figlio minorenne dell’adottante. In questi casi, stante la appartenenza dell’adottando al medesimo nucleo familiare del minore, e la pregressa convivenza con quest’ultimo, con l’adottante e con il proprio genitore (coniuge dell’adottante), ha fatto ritenere che la fattispecie concreta sfuggisse al sistema risultante dall’art. 291 c.c. e dalla sentenza della C Cost. n. 557/1988. Questo orientamento è stato seguito da una parte della giurisprudenza di merito.

In senso contrario si è invece pronunciata la Corte Costituzionale, secondo la quale l’adozione di maggiorenne continua ad avere la finalità originaria di «procurare un figlio a chi non lo ha avuto da natura mediante il matrimonio (adoptio in hereditatem)», né può invocarsi la violazione dell’art. 3 Cost. giacché, posti i diversi presupposti di fatto e le diverse rationes che stanno alla base della adozione di maggiorenni e di minorenni, le modalità di regolamentazione giuridica differenti ricadono nella discrezionalità del legislatore e non appaiono irragionevoli, mentre un’eventuale sentenza di incostituzionalità dell’art. 291 c.c. che rimuovesse l’impedimento dato dalla presenza di figli minori dell’adottante configurerebbe un intervento additivo che disegnerebbe un nuovo sistema, cosa che compete solo al legislatore.

Qual è l’età minima e l’età massima per l’adozione del maggiorenne?

Ulteriore presupposto è quello della età, sia nel senso dell’età minima dell’adottante, sia nel senso dell’età minima dell’adottato, sia anche nel senso della differenza minima di età tra adottante e adottato. L’art. 291, c. 1, c.c. stabiliva in precedenza che l’adottante dovesse avere una età minima di cinquanta anni; età alquanto avanzata, ma che si spiegava con l’idea originaria che l’adozione costituisse uno strumento giuridico atto a far fronte, con funzione sostitutiva, alla mancanza di figli: l’età di cinquanta anni rendeva presumibile che l’adottante non avrebbe avuto “discendenti legittimi” neanche nel futuro. In casi eccezionali, l’età minima poteva essere ridotta dal Tribunale a quaranta anni (art. 291, c. 2, c.c.). Con l’entrata in vigore della l. n. 431/1967 l’età è stata ridotta a trentacinque anni, con possibilità di riduzione a trenta.

Ma come si vedrà, una lettura congiunta dell’art. 291 c.c. con la legge sull’adozione dei minorenni porta l’età minima dell’adottante a trentasei anni, e non consente la riduzione a trenta. Nessun limite di età era invece previsto per l’adottato. Tuttavia un tale limite minimo è stato indirettamente stabilito ormai da tempo: dapprima con la l. n. 431/1967, la quale, introducendo nel corpo del codice civile “l’adozione speciale”, stabiliva all’art. 314/4 c.c. che si facesse luogo all’adozione per i minori di otto anni, sicché l’adozione ordinaria era riservata a chi avesse compiuto almeno otto anni; successivamente, dalla disciplina organica della l. n. 184/1983, che regolando l’istituto della adozione dei minorenni consente l’adozione ordinaria (non più per i minorenni ma) solo per gli adottandi che abbiano compiuto diciotto anni.

La differenza minima di età tra adottante e adottato fa emergere un difetto di coordinamento tra l’art. 291 c.c. e la l. n. 184/1983. Infatti, l’art. 291 c.c. fissa tale differenza in almeno diciotto anni, il che però entra in contrasto con la previsione dell’età minima dell’adottante a trentacinque anni, dato che in tal caso si dovrebbe ammettere l’adozione ordinaria del diciassettenne, che invece è sottoposto all’adozione per i minorenni ex l. n. 184/1983. L’unica interpretazione possibile per salvaguardare la stessa figura dell’adozione dei minorenni è ritenere – come si è anticipato – che l’età minima dell’adottante sia di trentasei anni, e che il comma 2 dell’art. 291 c.c. (che consente la riduzione a trenta anni) sia stato implicitamente abrogato.